Azione nonviolenta

Danilo Dolci

NEL DECENNALE DELLA SCOMPARSA
RICORDIAMO DANILO DOLCI “GANDHI DI SICILIA”


AZIONE RIVOLUZIONARIA NONVIOLENTA
IN DANILO DOLCI

Ilaria e Danilo3


Ilaria Sabatini
(a cura)

Danilo Dolci ha iniziato la sua lotta nonviolenta nel 1952 a Trappeto (PA), quando per la morte di fame di un bambino ha fatto il suo primo digiuno.
Non aveva letto ancora Gandhi, ma sentiva che non poteva accettare di vivere tranquillamente mentre l'8,7% della popolazione infantile moriva di fame. É stato quasi istintivo all'inizio, come un modo per manifestare la sua
solidarietà con i poveri: «Avevo iniziato a digiunare – racconta Danilo in un'intervista – perché avrei avuto schifo di me a continuare a mangiare tranquillo intanto che gli altri morivano». Invece, poi si è reso conto che il digiuno poteva diventare una forza per il cambiamento. Molti, infatti, in quell'occasione, si mossero. Le autorità, per paura di uno scandalo (Danilo era già conosciuto per le sue poesie pubblicate in alcune antologie), iniziarono a promettere interventi e aiuti. E così avvenne: in tre mesi Trappeto fu l'unico Comune della zona ad avere tutte le strade (prima non esistevano e coincidevano con le fognature).

Capire e soccorrere
Danilo Dolci, triestino di nascita, ha scelto di vivere in un paese di pescatori della Sicilia occidentale in un periodo, il secondo dopoguerra, in cui le persone vivevano in un completo abbandono, soffrendo la fame e le piaghe della mafia e del banditismo. Ha deciso di andare là per capire con la gente se c'era possibilità di cambiare e come.
Si era accorto, infatti, che gli interventi dello Stato in quelle zone erano perlopiù negativi: che senso aveva spendere miliardi nella repressione, per mantenere carabinieri e poliziotti contro i banditi, piuttosto che investirli per diminuire la miseria e favorire lo sviluppo?
Così è iniziata l'attività di sociologo di Danilo in Sicilia, tesa ad analizzare nel profondo i problemi e la realtà. Così ha preso forma il
metodo d'azione rivoluzionaria nonviolenta, riscoperta come azione più perfetta ed efficace per risolvere i conflitti.
Gli dicevano, contestando la sua azione: «L'Europa non è l'India; certi strumenti possono avere un senso in zone dove la nonviolenza è base della moralità popolare, non nella Sicilia occidentale dove sono leggi di fondo la violenza, la chiusura personale e familiare, la non collaborazione, dove si tende a riconoscere per verità la forza». Danilo invece ha creduto
necessari i metodi di lotta nonviolenta, che lo hanno portato a valorizzare quanto di creativamente nonviolento c'è in ogni società umana.

Educatore-maieuta
Danilo non si è mai posto come intellettuale. Fin dall'inizio si è messo accanto alle persone, condividendo la loro vita, ma al tempo stesso ponendo loro delle domande: «Finito il lavoro – racconta – domandavo ai miei nuovi amici come vedevano la situazione. Quale era esattamente? Poteva cambiare? Come poteva cambiare? Dalle domande mosse dalla mia ignoranza, nascevano problemi nella gente».
Il suo lavoro di
educatore-maieuta è consistito proprio nel porre domande alla gente, risvegliando la coscienza in persone che vedevano la propria vita senza prospettive, senza alternative.
Ignoranza e miseria, secondo Danilo, erano i due mali fondamentali che affliggevano questa popolazione, peraltro ricca di cultura ma inconsapevole di averne una. Danilo ha dato loro fiducia, ne ha valorizzato la cultura, il pensiero e il potere.
In molti hanno iniziato a seguirlo, ad indagare la propria realtà, facendo emergere i problemi e inventando possibili soluzioni.

Il metodo maieutico promosso da Danilo consiste proprio in un sincero interrogarsi insieme, valorizzando ciascuno,
imparando a comunicare.
Questo metodo si è rivelato creativo, essenziale alla soluzione dei problemi, allo sviluppo delle conoscenze e alla crescita individuale e sociale.
Un
metodo nonviolento, in cui non si cerca di sottomettere l'altro (di dominarlo) ma di favorire il suo sviluppo e le specifiche potenzialità.

Imparare a comunicare
Instaurare un rapporto nonviolento significa imparare a comunicare nel senso più pieno della parola.
L'attenzione è infatti rivolta a capire l'esperienza dell'altro (sviluppare l'empatia) e a cogliere l'altro come collaboratore.
Danilo ha ritenuto per questo fondamentale l'esperienza di Gandhi, perché egli riusciva, nelle sue riunioni, a far
approvare le decisioni all'unanimità approfondendo la discussione e ascoltando i dissenzienti fino in fondo.
Gandhi aveva saputo individuare il mezzo più valido ed efficace per risolvere i problemi e i conflitti. Danilo amava sempre ripetere queste parole del Mahatma: «Piuttosto che scappare, meglio sparare. Piuttosto che sparare, meglio trovare forme di lotta che siano più perfette ed efficaci dello sparare».
La rivoluzione violenta è sicuramente un modo per affrontare i problemi, ma ha ancora in sé il seme della morte e quindi non risolve radicalmente i problemi, non realizza una “salvezza” per tutti. «Essere rivoluzionari con la violenza è essere rivoluzionari solo a metà».
L'azione rivoluzionaria nonviolenta è più
difficile e complessa di quella violenta perché cerca di risolvere integralmente i conflitti. Riesce a non eliminare l'avversario, considerandolo come collaboratore nella soluzione del problema di esistere e di incontrarsi.

«Comunicare è creare le condizioni per cui tutti si possa collaborare a vivere»
Secondo Danilo, è la legge della vita. È una necessità; però non è innata e deve essere appresa.
«Chi litiga, chi fa una guerra – afferma – generalmente è un nevrotico. Tutti gli psichiatri sono d'accordo nel definirle forme di nevrosi. La persona sana cerca di capire qual'è il problema. [...] Quando si fanno le guerre è dimostrato, a tutti i livelli, che la gente non conosce la situazione e non sa come passare da quell'essere al poter essere».

Pace, un riflesso dei problemi risolti
Pace per Danilo non significa quiete, assenza di conflitti, ma un “riflesso dei problemi risolti”.
«Pace è un modo per essere vivi – cioè tutt'altro che chiusi, al di fuori, ma nel miglior modo partecipi – che ha implicito soprattutto visione serena, sforzo per educare e perfezionare, fatica per risolvere». «Pace vuol dire anche decantare rabbie e rancori, sapere disintorbidarsi per trovare il modo – ogni volta difficile – di eliminare il male senza eliminare il malato o nuocergli...».
Pace coincide con azione rivoluzionaria nonviolenta, con un nuovo modo di esistere e di porsi in rapporto agli altri e ai problemi, più complesso, più difficile, ma necessario.
Riprendendo le riflessioni di Gandhi, anche Danilo ritiene che «la verità non fa il gioco di nessuno: è la salvezza di tutti». Per questo la sua difesa dei banditi siciliani non è fatta per mettersi dalla parte di qualcuno contro qualcun altro, ma per fare chiarezza sui rapporti sbagliati che corrompono sia i sottomessi sia i potenti, «del male che provoca il male».
Secondo Danilo, «solo muovendosi esattamente si progredisce veramente: il modo della rivoluzione è essenziale. [...] Se seminiamo morte ed inesattezze non nasce vita. [...] L'esattezza, la verità, sciolgono, rompono».

Obiezione/azione di coscienza
Norberto Bobbio, cercando di definire la figura morale e religiosa di Danilo ha usato quella di obiettore di coscienza. Ma Danilo ha preferito parlare di obiezione/azione di coscienza ritenendo, infatti, non sufficiente essere contrari, dire di no, ma essenziale anche produrre alternative, inventare un .
«Dire solo di no alla guerra è intervenire già nella malattia, nella nevrosi». Perciò è fondamentale un lavoro di prevenzione, che agisca alla base dei rapporti, favorendo l'incontro e la comunicazione tra le persone.
È necessario sperimentare nuovi modi di stare insieme, in cui ciascuno si senta valorizzato, e in cui sia possibile far emergere problemi e conflitti, inventando nuove soluzioni.
«Non possiamo aspettare che piova dal cielo il disarmo mondiale – afferma Danilo – ma dobbiamo renderlo credibile lavorando, giorno dopo giorno, sulle alternative alle armi e alle armate: rendendo queste ogni giorno più inutili, superate, anacronistiche».

L'eredità di Danilo
Nel ricordo della sua scomparsa, sento importante parlare di Danilo Dolci e del suo lavoro, che non si è concluso negli anni '70 (come alcuni pensano) ma è continuato individuando acutamente “virus di dominio” (di violenza) oltre il sistema clientelare-mafioso, in tutti quei rapporti di tipo unidirezionale e trasmissivo (nella scuola, nella cultura televisiva, nella politica...) che soffocano la creatività individuale e lo sviluppo sociale.
Danilo ha aperto gli occhi a chi lo ha saputo leggere. Con il suo lavoro ha proposto alternative concrete di azione rivoluzionaria (la struttura maieutica), alternative che ancora devono essere sviluppate in tutte le loro potenzialità. Il “fronte nuovo” deve avanzare.

Concludo citando Erich Fromm: «
Se la maggioranza degli individui nel mondo occidentale non fosse così cieca davanti alla vera grandezza, Dolci sarebbe ancora più noto di quello che è. È incoraggiante tuttavia il fatto che già molti sono coloro che lo capiscono: sono le persone per le quali la sua esistenza e il successo della sua opera alimentano la speranza nella sopravvivenza dell’uomo».


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