Cristianesimo nonviolento
Il sogno di Bernard Haring:
la lettera pastorale di Giovanni XXIV
"I
have a dream". Così si esprimeva Martin Luther King il 28 agosto
1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington. Anche Bernard
Häring (1912-1998), considerato il più grande teologo morale del XX
secolo, aveva un sogno. Lo affidò alle pagine di un piccolo libro
(Perché non fare diversamente, Queriniana, 1993), immaginando una
lettera pastorale del nuovo papa Giovanni XXIV. Oggi, quasi 15 anni
dopo, le sue parole sembrano quanto mai attuali e
profetiche.
Bernard
Haring
Lettera pastorale di Giovanni XXIV all'inizio del
nuovo millennio, 1.1.2001
Dilette sorelle e fratelli!
Nel suo pellegrinaggio la cristianità entra oggi nel terzo
millennio. Essa si trova di fronte a problemi grandi e scottanti.
Ma riponiamo la nostra speranza nel Signore della storia e
ci apriamo con
umiltà al suo Spirito Santo.
In questo giorno che cosa può starci più a cuore dell'istanza
fondamentale espressa dal nostro Fondatore umano e divino, prima
della sua dipartita: "Perchè tutti siano una sola
cosa"?
Con Giovanni XXIII e con il
Concilio da lui convocato, in cui per la prima volta era
rappresentata tutta la terra, un'alba luminosa è spuntata. La
chiesa cattolica è entrata nell'era
dell'ecumenismo. Paolo VI, il
suo venerando successore, continuò con tenacia la sua opera. Egli
ebbe anche il coraggio di esprimere, davanti al consiglio ecumenico
delle chiese il proprio timore che il papato, nella sua forma
storica, sarebbe potuto divenire un grande ostacolo sulla via della
riunificazione della cristianità. Il suo amabile successore Giovanni Paolo I
affermò con chiarezza profetica che la colleggialità fra i vescovi
ed il papa costituisce la prova ed il sigillo della cattolicità. E
aveva anche coraggiosamente riflettuto su ciò che questo dovrebbe
significare, per esempio per il modo dell'ufficio dell'esercizio
petrino.
Molte cose sono nel frattempo succedute e molte occasioni si sono
perse. Ora è giunto il tempo di fare subito dei passi decisivi. Il
passo più importante consiste anzitutto in una rivisitazione umile e
coraggiosa della storia del papato. In secondo luogo dobbiamo dare chiari segni che
sappiamo imparare dalla storia e che vogliamo lasciarci illuminare
dalla parola di Dio.
Riflettiamo sull'ufficio petrino, così come esso fu delineato da
Gesù e si espresse nella tradizione più antica.
Il secondo millennio è l'era delle tristi divisioni della
chiesa. Una
delle cause furono l'irretimento dei vescovi, in particolare dei
vescovi di Roma, in lotte mondane di potere, nonchè idee troppo
mondane circa l'esercizio dell'autorità ecclesiale e del
potere. Questo provocò
una cecità
incomprensibile. Con sgomento
pensiamo alla tortura, ai roghi degli eretici
e delle streghe. I metodi
dell'Inquisizione impedirono il dialogo sano e franco nella ricerca
di una maggior luce in questioni dottrinali, morali e di disciplina
ecclesiastica.
Malgrado tutto Dio continuò a far dono alla
chiesa romana anche di buoni vescovi. Ma la loro santità e sapienza
non riuscì a imporsi in misura sufficiente in seno a strutture
fossilizzate. Le chiese si
difesero e difesero la loro dottrina e prassi con una specie
di mentalità
da fortezza assediata. Ogni
parte, ed in particolare i papi, rivendicarono una specie di
monopolio sul
possesso della verità. E così
si smise in larga misura di cercare insieme. Ma rendiamo lode a
Dio, che ha continuato a far spirare il suo Spirito in tutte le
parti della cristianità, che ha permesso di compiere tanti passi
sulla via di una riconsiderazione ecumenica e che ha rafforzato lo
spirito del dialogo e del reciproco ascolto.
Oggi volgiamo comunque il nostro sguardo al futuro, pur nella piena
consapevolezza del passato che rimane ancora da superare. Mi limito
a menzionare i punti più importanti del
programma immediato:
1. Poichè il
trono, la corona ed i titoli pomposi sono sintomi patologici,
proibisco energicamente di chiamare i vescovi di Roma con titoli
antievangelici come "Sua Santità", "Santo Padre"; così infatti Gesù
chiama Dio il solo Santo prima della sua
dipartita. Ci vergognamo del
fatto che il papa abbia permesso ai suoi cortigiani di chiamarlo
"Sanctissimus" e "Beatissimus". Non vi saranno più "prelati
domestici di sua Santità", nè "porporati". Nè in Vaticano si parlerà più
di Eminenze, Eccellenze e cose del genere. Perchè il punto di incontro con Dio, che in
Gesù si è rivelato come umiltà, è la coscienza del nostro
nulla.
2. Faremo nostri, quanto prima, i risultati sorprendenti dei
dialoghi bilaterali e multilaterali e li porteremo al sospirato
traguardo. Simbolo di ciò sarà il fatto che il "Segretariato per l'unione dei
cristiani" diventerà d'ora in poi una delle autorità principali e
sarà trasformato nella Congregazione per l'unione dei
cristiani. Per quanto riguarda
la ricezione dei risultati, competente non sarà più la
Congregazione per la dottrina della fede. Sotto la guida della
Congregazione testè menzionata per l'unione dei cristiani si
procederà a stabilire strutture corrispondenti, le quali
garantiscano che tutto il popolo di Dio, in particolare i vescovi,
le conferenze episcopali e le facoltà teologiche, intervengano
fattivamente in questo processo importante.
3. Il papa si lega a strutture precise, che esprimono e favoriscono
la colleggialità. Ciò significa fra l'altro che
il sinodo dei vescovi, che si raduna a intervalli regolari,
svolgerà più che una funzione di consulenza. Il papa accoglierà le
sue conclusioni e di norma le approverà. I punti controversi
saranno chiariti con un dialogo paziente e
schietto.
4. Per quanto riguarda la scelta e la conferma dei
vescovi di tutto il mondo torniamo decisamente alla prassi del
primo millennio. Al riguardo
possiamo sicuramente molto imparare dalla prassi ininterrotta delle
chiese ortodosse e dalle chiese nate dalla riforma protestante,
nostre sorelle. Il vescovo di Roma, in
corrispondenza al suo compito ecumenico, sarà eletto dai suoi
rappresentanti delle conferenze episcopali, secondo modalità che
saranno stabilite dal prossimo sinodo dei
vescovi. Quanto prima,
un sinodo dei
vescovi dovrà similmente procedere alla riforma del cosiddetto
corpo diplomatico. Già il
semplice nome è inaccettabile, perché ricorda troppo strutture del
potere statale.
5. Un'accurata interpretazione dei documenti del
Concilio Vaticano I
e II alla luce della parola di
Dio e della tradizione ha sufficientemente dimostrato che
l'esercizio della
suprema autorità magisteriale del vescovo di Roma è completamente
inserita nel tutto della chiesa. Egli non è, per così dire, un maestro che parla
dall'alto e dal di fuori, ma è inserito in maniera particolare
nel processo di apprendimento con le sue dimensioni ed i suoi
organi ecumenici. Suo compito
è quello di confermare, mediante l'esempio ed il modo di esercitare
la propria autorità, la fede del Servo di Dio e Figlio dell'uomo
umile e nonviolento accreditato dal Padre e di contribuire così ad
esprimere la fede di tutta la chiesa. Egli fa parte sia della chiesa
discente e ascoltante, sia della chiesa docente; con tutti gli
altri deve tendere soprattutto l'orecchio alla parola di Dio,
osservare e cercare di decifrare i segni dei
tempi.
Deve conoscere che cosa nella chiesa realmente si crede in virtù
della libertà del senso della fede e della coscienza. Deve prestare
attenzione alla ricezione o alla eventuale non ricezione delle
encicliche e lettere pastorali. Il vescovo di Roma non può
assolvere fecondamente e con fiducia questo compito, in
collaborazione con i suoi confratelli nell'episcopato, se in tutta
la chiesa non c'è veramente posto per un dialogo sincero.
Sicuro del consenso
dei miei confratelli nell'episcopato abrogo perciò le disposizioni
del diritto canonico (CIC c. 1371, 1), secondo le quali qualsiasi
manifestazione di dissenso nei confronti di dottrine non
infallibili del papa è un delitto. Al di fuori dei nostri voti battesimali e della
comune professione della nostra fede non esiste d'ora in poi alcun
giuramento di fedeltà al papa. "Sia il vostro parlare sì, sì; no,
no. Il di più viene dal maligno" (Mt 5,37).
6. Le scottanti questioni ora emergenti, come ad esempio quella
del ruolo
della donna nella chiesa e della sua eventuale ordinazione
sacerdotale, non saranno d'ora in poi più tabù. Esse vanno chiarite nel dialogo intraecclesiale
e con disponibilità ecumenica ad imparare, fin quando non saranno
mature per essere risolte. Risoluzioni che il papa non
prenderà da solo, ma in piena collegialità.
7. La chiesa
deve essere luce del mondo e sale della terra. Essa deve e vuole divenire una specie di
sacramento della salvezza, della guarigione, della pace e della
giustizia universale. Per questo percorriamo il
nostro cammino con profonda e sentita solidarietà con tutta la
famiglia del genere umano, con tutti i popoli e tutte le culture,
non da ultimo anche con le grandi religioni mondiali
dell'Oriente.
In unione con tutti intendiamo imparare, vigilare, pregare e
lavorare per la soluzione dei problemi più scottanti, affidatici
anche dal vangelo come la pace e il lavoro per la pace nello
spirito della non violenza evangelica e dell'amore riconciliatore,
la giustizia e la conservazione della creazione affidata agli
uomini.
Raccomando me stesso e il mio servizio in seno alla chiesa alle
vostre preghiere, così come raccomando voi alla grazia e all'amore
di Dio nostro Padre e del nostro Signore Gesù Cristo.
Tratto dal libro "Perchè non fare diversamente?" di B. Haering, ed
Queriniana. pg 79-86
Fonte: www.ilgridodeipoveri.org


