Portaerei Cavour
Sventola la bandiera di combattimento

Tonio
Dell’Olio
Due giorni fa (10 giugno) il sindaco di Torino Chiamparino nel
corso di una suggestiva cerimonia svoltasi nel porto di
Civitavecchia, ha consegnato al Capo di Stato Maggiore della Marina
Militare la
“bandiera di combattimento” che sventolerà sul pennone più alto
della portaerei Cavour.
La più grande e la più potente e la più attrezzata di armamenti
micidiali della storia del nostro Paese.
In altre occasioni mi è capitato di scrivere sulle dotazioni,
sull’opportunità e sul
dispendio di risorse che si raccolgono intorno a questo progetto di
morte che navigherà minaccioso tra i porti del
Mediterraneo.
In questa occasione mi colpisce la
rassegna stampa.
Se confrontate il comunicato del Ministero della Difesa con la
notizia rilanciata dalle agenzie di stampa e apparsa su alcuni
giornali non riuscirete a cogliere la benché minima
differenza.
Nessuno che abbia sollevato un alito di critica, che abbia almeno
abbassato i toni della retorica grondante dal
palco delle autorità con tanto di Presidente della Repubblica e
ministro e dal patriottismo delle bandiere che sventolano al vento
della
guerra esportatrice di pace. Naturalmente
la nostra.

Fonte:
www.peacelink.it
Campagna Disarmo

Stop
F35!
Parte la campagna contro i
cacciabombardieri
Iniziativa
congiunta di Rete Italiana per il Disarmo e
Sbilanciamoci!

Stop
F-35
Campagna
Sbilanciamoci! - Rete Italiana per il
Disarmo
Si è tenuta oggi
alle 11.00, presso la Fondazione Basso a Roma, la conferenza stampa
di presentazione della campagna promossa dalla Rete Italiana per il
Disarmo e dalla campagna Sbilanciamoci! per lo stop della
partecipazione italiana alla produzione di 131 caccia bombardieri
F-35 che ci costeranno ben 15 miliardi di euro. I due portavoce
della campagna Massimo Paolicelli della Rete Italiana per il
Disarmo e Giulio Marcon della campagna Sbilanciamoci! hanno
presentato gli obiettivi e le iniziative della campagna, e
illustrato i contenuti del programma di riarmo e delle decisioni
del parlamento e del governo italiano. Massimo Paolicelli, che ha
aperto la conferenza, ha spiegato che, con una velocità inusuale e
sconvolgente, il senato prima e la camera dei deputati poi, hanno
dato l’8 aprile 2009 il via libera al governo per l’acquisto di 131
cacciabombardieri Joint Strike Fighter che impegneranno il nostro
paese fino al 2026 con una spesa di quasi 15 miliardi di
euro.
La conferma che questo progetto, che vede il governo americano come
ente promotore, è un salto nel buio è arrivata dal nuovo rapporto
del marzo 2009 del GAO (Government Accountability Office) che è il
corrispettivo della nostra Corte dei Conti. Il GAO è fortemente
scettico sul progetto, criticando principalmente le pressioni
esercitate dal dipartimento della difesa (Dod) e dalle imprese
appaltatrici affinché la fase di sviluppo dell’aviogetto venga
portata a conclusione prima che le più importanti tecnologie
divengano mature, iniziando così i test costruttivi dell’aereo
prima che i progetti divengano definitivi e iniziando la fase di
produzione prima che i test in volo dimostrino che l’aereo sia
realmente pronto, con il forte rischio di scoprire eventuali
difetti a posteriori, quando correggerli sarà estremamente
complicato e costoso. A conferma di ciò la decisione di anticipare
l’acquisizione del 15% del totale dei velivoli, cioè 360 aerei,
testando solo il 17% delle capacità dell’F-35 in volo, per lasciare
tutto il resto alle simulazioni di laboratorio. Un’ulteriore
critica riguarda i costi; nel report viene infatti sottolineato
come, si sia passati da una stima iniziale di 51 miliardi a circa
300 miliardi di dollari. Perplessità arrivano anche dalla Corte dei
Conti olandese, che nel criticare il forte incremento dei costi del
progetto afferma che, da un lato, è impossibile calcolare il costo
reale di un singolo aereo e dall'altro, visto l'elevato costo della
partecipazione delle aziende olandesi al programma di sviluppo del
JSF, sarebbe tuttavia più economico l’acquisto diretto. Secondo il
Ministero della Difesa italiano nella struttura industriale si
creeranno circa 600 posti di lavoro (nella fase di picco), più una
spinta occupazionale nelle aziende locali e nazionali quantificata
in circa 10.000 posti di lavoro. Una cifra esagerata, se si pensa
che in Italia l’industria a produzione militare nel 2008 ha dato
occupazione a 26.395 persone. È più realistica l’ipotesi delle
parti sociali che parlano di 200 occupati più altri 800
nell’indotto. In questo settore, bisogna tener presente che alti
sono i profitti dell’industria militare, anche perché garantiti dai
governi, ma basse sono le ricadute occupazionali in base ai soldi
investiti. In Europa nel settore industriale militare tra il 1993
ed il 2003 sono stati cancellati 750.000 posti passando da
1.552.000 occupati a 772.000. Se il nostro Paese investisse la
stessa cifra destinata al JSF nel settore delle fonti rinnovali,
oltre a diminuire la dipendenza dal petrolio e aumentare la qualità
della nostra vita, creerebbe dai 116.000 ai 203.000 posti di
lavoro. Ragion per cui arrivare a parlare poi del JSF come di una
occasione anticrisi ci sembra esagerato. Infatti per il ritorno
occupazionale si parla di 1/10 rispetto alle previsioni. La
possibilità di ripensarci ancora c’è - conclude Paolicelli. La
Norvegia, il 30 marzo 2009 ha sospeso fino al 2012 la sua
partecipazione al programma del JSF. Noi chiediamo al Governo
italiano di non procedere con la firma di un contratto che equivale
ad un assegno in bianco.
Giulio Marcon, interviene nel dibattito sottolineando l’inutilità
di una spesa così ingente per degli aerei militari da combattimento
e mettendo in evidenza che 15 miliardi di euro è molto più di
quanto il governo abbia stanziato fin ora per far fronte alla crisi
economica o delle risorse impegnate per la ricostruzione in
Abruzzo. Con 15 miliardi di euro - conclude Marcon - si possono
fare molte altre cose in alternativa. Ad esempio si possono
costruire 5000 nuovi asili nido, costruire 8 milioni di pannelli
solari, dare a tutti i collaboratori a progetto la stessa indennità
di disoccupazione dei lavoratori dipendenti, allargare la cassa
integrazione a tutte le piccole imprese.
La campagna chiede al governo italiano di fare una scelta di pace e
di solidarietà bloccando la prosecuzione del programma e destinando
le risorse alla società, all'ambiente, al lavoro, alla solidarietà
internazionale.
Fonte:
www.disarmo.org
Note: Per sottoscrivere l'appello vai alla pagina
www.disarmo.org/nof35
Spese per armamenti
Oltre 14 miliardi di euro per il caccia F-35
mentre mancano i soldi per i terremotati
Per i terremotati dell’Abruzzo sarebbero necessari 130 milioni nei
prossimi sei mesi. Dove trovare questi fondi. La risposta è più
semplice di quanto sembri: basterebbe bloccare l’enorme
stanziamento che sta per essere destinato all’acquisizione del
caccia statunitense F-35 Lightning II (Joint Strike Fighter) della
Lockeed Martin.
Manlio
Dinucci
Per i terremotati dell’Abruzzo il governo ha messo a disposizione
100 milioni di euro, ma ce ne
vorranno molti di più: solo per le esigenze del ministero
dell'interno, si dovranno trovare
130 milioni nei prossimi sei mesi. E, se si vorrà
veramente ricostruire, occorreranno stanziamenti ben
maggiori.
Dove trovare questi fondi, in una fase di
crisi come quella attuale, senza dover con ciò tagliare
ulteriormente le spese sociali (scuola, sanità, ecc.)? La risposta
è più semplice di quanto sembri: basterebbe bloccare l’enorme
stanziamento che sta per essere destinato all’acquisizione del
caccia statunitense F-35 Lightning II (Joint Strike Fighter) della
Lockeed Martin.
La commissione difesa della camera ha già dato parere favorevole
all’acquisizione del caccia e quella del senato lo farà entro il 16
aprile. Nel budget 2009 del ministero della difesa è già previsto
uno stanziamento di 47 milioni di euro per l’F-35. E’ solo un
piccolo anticipo: per partecipare al programma, l’Italia si è
impegnata a versare oltre un miliardo di euro. Ma sono ancora
spiccioli, di fronte alla spesa che il parlamento sta per
approvare: 12,9 miliardi di euro per l’acquisto di 131 caccia, più
605 milioni per le strutture di assemblaggio e manutenzione.
Complessivamente, 14,5 miliardi di euro. Saranno pagati a rate di
circa un miliardo l’anno tra il 2009 e il 2026. Ma, come avviene
per tutti i sistemi d’arma, il caccia verrà a costare più del
previsto e, una volta prodotto, dovrà essere ulteriormente
ammodernato. E’ quindi certo che l’esborso totale (di denaro
pubblico) sarà molto maggiore di quello preventivato. Va inoltre
considerato che l’aeronautica sta acquistando 121 caccia
Eurofighter Typhoon, il cui costo supera gli 8 miliardi di euro. La
partecipazione dell’Italia al programma del Joint Strike Fighter,
ribattezzato F-35 Lightning (fulmine), costituisce un perfetto
esempio di politica bipartisan. Il primo memorandum d’intesa è
stato firmato al Pentagono, nel 1998, dal governo D’Alema; il
secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal
governo Prodi. E nel 2009 è di nuovo un governo presieduto da
Berlusconi a deliberare l’acquisto dei 131 caccia che, a onor del
vero, era già stato deciso dal governo Prodi nel 2006 (v. il
manifesto, 25-10-2006). Si capisce quindi perché, quando
il governo ha annunciato l’acquisto di 131 F-35,
l’«opposizione» (PD e IdV) non si sia opposta.
L’Italia partecipa al programma dell’F-35 come partner di secondo
livello: ciò significa che contribuisce allo sviluppo e alla
costruzione del caccia. Vi sono impegnate oltre 20 industrie, cioè
la maggioranza di quelle del complesso militare, tra cui Alenia
Aeronautica, Galileo Avionica, Selex Communications, Datamat e
Otomelara di Finmeccanica e altre non-Finmeccanica, come Aerea e
Piaggio. Negli stabilimenti Alenia in Campania e Puglia, e
successivamente in quelli piemontesi, verranno prodotte oltre 1.200
ali dell’F-35. Presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà
realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia
destinati ai paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di
manutenzione, revisione, riparazione e modifica. Dalla catena di
montaggio italiana usciranno probabilmente anche i 25 caccia
acquistati da Israele, cui se ne potranno aggiungere altri 50. Il
governo lo presenta come un grande affare per l’Italia: non dice
però che, mentre i miliardi dei contratti per l’F-35 entrano nelle
casse di aziende private, i miliardi per l’acquisto dei caccia
escono dalle casse pubbliche. Questa attività, secondo il governo,
creerà subito 600 posti di lavoro e una «spinta occupazionale» che
potrebbe tradursi in 10mila posti di lavoro. Una bella prospettiva
quella di puntare, per far crescere l’occupazione, su uno dei più
micidiali sistemi d’arma.
L’F-35
è un caccia di quinta generazione, prodotto in tre varianti: a
decollo/atterraggio convenzionale, per le portaerei, e a decollo
corto/atterraggio verticale. L’Italia ne acquisterà 69 della prima
variante e 62 della terza, che saranno usati anche per la portaerei
Cavour. I caccia a
decollo corto/atterraggio verticale,
spiega la Lockheed, sono i più
adatti a «essere dispiegati più vicino alla costa o al fronte,
accorciando la distanza e il tempo per colpire l’obiettivo». Grazie
alla capacità stealth,
l’F-35 Lightning «come un fulmine colpirà il nemico con forza
distruttiva e inaspettatamente». Un aereo,
dunque, destinato alle
guerre di aggressione, a provocare
distruzioni peggiori di quelle del terremoto dell’Abruzzo. Ma per
le vittime non ci saranno funerali di stato, né telecamere a
mostrarli.
Fonte:
www.disarmiamoli.org
Joint Strike Fighter (F-35) Lockeed Martin
La Russa, le
tasse e gli F-35
Il Ministero della Difesa prevede l'acquisto
di 131 cacciabombardieri F-35 della Lockeed Martin. La spesa
complessiva per l'Italia sarà intorno ai 15 miliardi di euro (30
mila miliardi di vecchie lire). Su questo programma militare,
denominato Joint Strike Fighter) l'amministrazione Usa esprime
molte riserve e il nuovo presidente Obama pensa di accantonarlo,
per ragioni di priorità e di riequilibrio di bilancio. In Italia,
invece, l'ampio consenso "bipartisan" al programma
JSF.

Cacciabombardiere
F-35 della Lockeed Martin (Joint Strike
Fighter)
Gianni
Alioti
"L'aumento delle tasse è
l'ultima delle opzioni immaginabili. Bisogna invece ridurre le
spese". Questo è quanto ha
affermato il ministro della Difesa e reggente di An,
Ignazio La
Russa nel polemizzare con la
proposta di Franceschini di "tassare i ricchi per dare ai poveri".
A sostegno della praticabilità della sua tesi ha avuto l'imprudenza
di affermare che lui, nel suo piccolo, ha deciso di ridurre del 20 per
cento tutte le spese del suo ministero (l'intervista è stata pubblicata su La Repubblica
del 12 marzo 2009). Essendo il dicastero da lui guidato quello
della Difesa, non può che riempirci di gioia
che un infatuato di "retorica militarista" come il ministro La
Russa, sia stato così solerte a tagliare le spese militari, al
contrario del predecessore "pacifista" Arturo Parisi che le aveva
notevolmente aumentate e per
il quale, di conseguenza, non si sente alcuna nostalgia.
E fin qui siamo al "carnevale" della politica italiana, dove il
mondo è una realtà capovolta: il dritto è il rovescio, il bianco è
il nero e Giulio Tremonti è José Bové dieci anni dopo il movimento
di Seattle. Ma il diavolo - si sa - si nasconde nel dettaglio e
mentre il
ministro della Difesa si attribuisce un merito che non ha (la
sforbiciata alle spese del 20% l'ha data
Tremonti), sta preparando ai
contribuenti italiani una sorpresa (con complicità bipartisan) che
potrebbe costarci molto cara. La notizia è passata inosservata ai
più, ma nei giorni scorsi il ministro La Russa ha trasmesso alle
commissioni difesa di camera e senato lo schema del
programma di
acquisto di 131 cacciabombardieri F-35 della Lockeed Martin
(di cui Alenia Aeronautica produrrà
le ali) e della costruzione della relativa linea di montaggio a
Cameri (Novara), che dovrebbe entrare in funzione dal 2014. Da
stime attendibili sul costo effettivo di ciascun
aereo (a oggi)
la spesa
complessiva per l'Italia sarà intorno ai 15 miliardi di euro (30
mila miliardi di vecchie lire). Con i tempi che corrono sembra una follia
avventurarsi su una spesa di questa natura ed entità, peraltro,
destinata a dilatarsi nel tempo.
Su questo programma militare, denominato JSF (Joint Strike
Fighter) la stessa
amministrazione Usa esprime molte riserve e il nuovo presidente Obama pensa
di accantonarlo, per ragioni di priorità e di riequilibrio di
bilancio. In Italia,
invece, l'ampio consenso "bipartisan"
al programma JSF, farebbe
ipotizzare un iter complessivamente tranquillo. E', infatti,
scontato che le commissioni parlamentari Difesa, dove si annidano
le lobby del complesso militare - industriale, diano - nei trenta
giorni previsti dalla legge - il loro parere consultivo
positivo.
Di là delle ragioni etiche e politiche, sul piano economico bisogna
pretendere che governo e parlamento dicano dove si prelevano i soldi
necessari a dare copertura finanziaria a questo programma
aggiuntivo di spesa. Possiamo
accettare che tutte le volte che si affrontano i nodi della crisi,
l'estensione degli ammortizzatori sociali, le misure a sostegno
dell'economia reale e dell'occupazione, ci si scontri con i veri o
presunti vincoli di bilancio, che in questo specifico caso
sparirebbero d'incanto? Possiamo come sindacati dei lavoratori,
come rappresentanti degli imprenditori, come società civile accettare
uno schiaffo simile?
In questo caso non fa presa neppure giustificare una spesa di 15
miliardi di euro - prelevati dalle nostre tasse - per le
ricadute
tecnologiche e occupazionali:
si parla di 600 nuovi occupati dal 2014 a Cameri, più un numero
imprecisato nell'indotto. Se si investissero gli stessi
soldi nei settori dell'efficienza energetica e delle fonti
rinnovabili si creerebbero dai 116 mila ai 203 mila nuovi posti di
lavoro, sulla base di stime
attendibili che tengono conto di quanto si è verificato in Germania
negli ultimi dieci anni.
Come giustificare, inoltre, da parte degli stessi politici che per
un'azienda che alla frontiera dell'innovazione tecnologica come la
ST Microelectronics non si stanno trovando i soldi; che per settori
manifatturieri ancora così importanti per il nostro paese - come
l'elettrodomestico e il tessile - abbigliamento - si adottano
misure "virtuali" di sostegno; che per la riorganizzazione dei
trasporti ferroviari e urbani su rotaia non si prevedono risorse
sufficienti. E.... a questi esempi potrebbero aggiungersene
tantissimi altri. Infine, dal punto di vista della Difesa, siamo
così sicuri che sia prioritario per l'Italia dotarsi di una
proiezione militare per attacchi aerei in scenari di guerra lontani
dal nostro territorio e al contempo, scendere di sotto la decenza -
per ragioni di bilancio - sull'operatività e gestione
dell'esercito?
Fonte: www.ilgridodeipoveri.org
Dal Times una buona notizia sul disarmo
OBAMA VUOLE RIDUZIONE
80% ARSENALI ATOMICI
Barack Obama
ha intenzione di avviare discussioni con la Russia
per arrivare a un taglio dell'80% degli arsenali atomici dei due
Paesi.

Sergei Karpukhin/Reuters - Fonte:
www.timesonline.co.uk
Pubblichiamo una
buona notizia dal Times sul
disarmo internazionale.
(ASCA) - Roma, 4 feb - Il presidente statunitense Barack Obama ha
intenzione di avviare discussioni con la Russia per arrivare a
un
taglio dell'80% degli arsenali atomici dei due
Paesi. E' quanto
riporta il sito del Times, precisando che Washington e Mosca
scenderebbero ognuna a 1.000 testate.
Il
drastico taglio - spiega il
quotidiano britannico - fa parte della
profonda revisioneche
l'amministrazione Obama sta facendo dei piani di George W. Bush per
uno
scudo antimissili in Europa orientale, un progetto al quale Mosca
si e' sempre opposta con decisione. Il
nuovo inquilino della Casa Bianca creerà un
ufficio per la non-proliferazione alla Casa Bianca
che avrà il compito di supervisionare le discussioni e che dovrebbe
essere guidato da Gary Samore, un negoziatore per la
non-proliferazione nell'amministrazion e Clinton. I colloqui
saranno condotti dal Dipartimento di Stato di Hillary Clinton.
L'ex senatore dell'Illinois non ha ancora preso una
decisione finale sullo scudo, ma già la decisione di rinviare il
dispiegamento di missili americani in Polonia e la costruzione di
una stazione radar nella Repubblica Ceca elimina quello che è stato
un grosso ostacolo alla cooperazione della Russia sul disarmo.
Il leader statunitense vuole riaprire i colloqui per
arrivare a un nuovo accordo che sostituisca il trattato sul disarmo
nucleare Start del 1991, che scade a dicembre 2009. ''Noi
vogliamo riportare la Russia in un tradizionale processo di
riduzione delle armi, legalmente vincolante - spiega un funzionario
dell'amministrazion e Usa al Times - Siamo pronti a impegnarci in
un dialogo più ampio con i russi sulle questioni che li
preoccupano.
Nessuno sarebbe sorpreso se il numero delle testate si riducesse a
1.000 per il trattato post-Start'' .
Note:
Fonte:
President Obama seeks Russia deal to slash nuclear
weapons
http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/us_and_americas/article5654836.ece


