Cristianesimo nonviolento: don Primo Mazzolari
L’emarginazione dei profeti:
un destino inevitabile?
Don Primo Mazzolari "camminava avanti con un passo troppo lungo e
spesso non gli si poteva tener dietro. E così ha sofferto lui e
abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti." (Paolo VI).
Questo destino dei profeti è veramente
“inevitabile”?
Giorgio
Campanini
Riletta a cinquant’anni dalla morte, la
“profezia” di don Primo Mazzolari ripropone un
problema permanente nella Chiesa, quello del
rapporto fra le istituzioni ed un corpo ecclesiale all’interno del
quale si formano idee, si sviluppano progetti, si avanzano proposte
che difficilmente trovano, almeno nell’immediato, accoglienza e
riscontro, ma più spesso suscitano diffidenza, perplessità,
paura.
In una memorabile conversazione del 10 maggio 1970, riferendosi a
Mazzolari, papa Paolo VI avverti l’esigenza di rendere in qualche
modo giustizia al parroco di Bozzolo. “C’è chi va dicendo – ebbe ad
affermare fra l’altro – che io non ho voluto bene a don Primo. Non
è vero: io gli ho voluto bene. Certo ...
non era sempre possibile condividere le sue posizioni: camminava
avanti con un passo troppo lungo e spesso non gli si poteva tener
dietro. E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il
destino dei profeti”.
Ma è appunto questo il problema. E
questo destino dei profeti è veramente “inevitabile”?
È,
questo, un punto importante sul quale il cinquantenario della morte
di Mazzolari dovrebbe indurre a riflettere. Si deve riconoscere che
la storia della Chiesa degli ultimi due secoli (per non riandare ad
epoche ancora più lontane) è tutta costellata di
condanne poi revocate, di prese di distanza da posizioni
successivamente ritenute pienamente legittime, di emarginazione di
figure poi riabilitate o addirittura beatificate
(fatti,
tutti, che nulla hanno a che fare con la “infallibilità” del
magistero in quanto garante della fede della comunità, la quale
opera su ben più alti piani).
Basti pensare alla messa all’indice di varie opere rosminiane, e
cioè di un autore che nel 2008 è stato beatificato, o all’umiliante
ritrattazione cui
Geremia Bonomelli si piegò, con
grande ed esemplare obbedienza, dopo avere sostenuto la non
necessità, per la libertà della Chiesa, del potere temporale; o
alle durissime critiche, fortunatamente non sfociate in una formale
condanna, cui fu assoggettato da parte di influenti ambienti
ecclesiastici
Jacques Maritain, ora
riconosciuto come uno dei grandi intellettuali cattolici del
novecento. Mazzolari trova dunque posto, con le sue emarginazioni,
in una lunga (e gloriosa) galleria di personaggi.
Vi è tuttavia da domandarsi – perché la storia possa esercitare la
sua spesso inoperante funzione di magistra vitae – se questi errori
di valutazione, per altro storicamente comprensibili, siano proprio
necessari o se invece
la loro persistenza non stia ad indicare alcuni limiti
dell’istituzione ecclesiastica che augurabilmente dovrebbero essere
superati. Il primo
limite è rappresentato da una
insufficiente capacità di ascolto. Molte condanne
sono avvenute in passato per una
inadeguata attenzione alle “ragioni” (spesso legittime)
dell’"inquisito”. Mazzolari, ad
esempio, non ebbe mai la reale possibiltà di difendersi e di
chiarire il suo pensiero.
Un secondo limite è costituito da un
ampliamento eccessivo dell’area delle questioni dottrinalmente
rilevanti. Se si pensa
all’importanza “dottrinale” attribuita in passato a talune
questioni politiche o agli usi linguistici nella liturgia, si
comprende come sia ricorrente la tendenza a trasformare questioni
opinabili in problemi di fede, con la conseguente riduzione degli
spazi di libertà dei credenti. Occorre dunque che
si aprano nella Chiesa più ampi spazi al dialogo
e
che, nello stesso tempo, si operi un attento discernimento in
ordine alla distinzione fra problematiche decisive per il futuro
della fede e questioni che è opportuno lasciare alla libera
discussione, evitando di moltiplicare e dismisura (con il rischio
di successive clamorose smentite) l’area dei cosiddetti
“principii non negoziabili”.
Perché
i profeti possano essere ascoltati – e non umiliati
ed emarginati, in attesa di postume riabilitazioni – è dunque
necessario che si
aprano nella Chiesa liberi spazi di confronti, di dialogo, di
dibattito, partendo dal presupposto che non sono le parole, ma più
spesso i silenzi, che feriscono il corpo della
Chiesa. Vi è un
silenzio che feconda ed arricchisce ed un silenzio che mortifica ed
umilia: proprio in questo ambito deve sapersi esercitare
l’autentico discernimento cristiano. Ciò che importa è che – anche
al di là della diversa valutazione su questioni contingenti –
permanga intatto l’amore per la Chiesa, la volontà di
servirla,
l’attitudine a rivedere le proprie posizioni quando dal
confronto fraterno emerga che quanto si era a lungo ritenuto giusto
e vero tale non è e che ci si deve, se necessario, inchinare a chi
nella Chiesa esercita l’autorità.
Giorgio Campanini
Fonte: www.ilgridodeipoveri.org


