Riflessioni di Pace
CRITICARE ISRAELE,
VUOL DIRE ESSERE ANTISEMITA? (1)
E’
assolutamente legittimo criticare la politica israeliana così come
avviene per qualunque altra scelta politica di qualunque altro
stato al mondo ed è sempre possibile farlo senza usare toni
antisemiti. E’ sbagliato considerare ogni forma di critica verso la
politica israeliana come
antisemitismo.
Monique
Eckmann (2)
Questo
contributo vuole offrire alcune piste di riflessione
su questioni che regolarmente si
pongono quando si parla di Israele, di antisemitismo e di Shoah:
«Criticare Israele, vuol dire essere antisemita? » -
«Non si può
criticare Israele senza essere accusato di antisemitismo!»
- «Come le vittime della Shoah, le
vittime di ieri possono fare quel che fanno oggi?»
Tali questioni sono spia di un’inquietudine che oscilla tra il
dubbio e l’indignazione in rapporto sia all’antisemitismo che al
conflitto del Vicino-Oriente, conflitto che sembra preoccupare gli
Europei più di ogni altro al mondo.
I due
conflitti
In realtà, a proposito del Vicino-Oriente è necessario parlare di
due conflitti: un conflitto
laggiù, sul campo, e un
«conflitto a
proposito del conflitto», qui
in Europa. In questo contributo farò riferimento al conflitto qui,
nella misura in cui è sempre più spesso messo in gioco il legame
con l’antisemitismo. Affrontare il conflitto laggiù andrebbe di
gran lunga oltre l’ambito di un testo che si interroga sul razzismo
in Svizzera e in Europa. (3)
Per prima cosa,
cerchiamo di accordarci su due punti
decisivi
E’ assolutamente legittimo
criticare la politica israeliana così come avviene per qualunque
altra scelta politica di qualunque altro stato al mondo ed è sempre
possibile farlo senza usare toni antisemiti.
E’ sbagliato considerare ogni
forma di critica verso la politica israeliana come
antisemitismo. La
Commissione
Federale contro il Razzismo (CFR), del resto, lo sottolinea nel suo
comunicato stampa del 16 giugno 2002: «Le critiche verso la
politica dello Stato d’Israele non possono essere qualificate in sé
come espressione di antisemitismo.» Si tratta di un conflitto
politico violento, al riguardo del quale è del tutto naturale la
presenza di giudizi fortemente divisi e differenti
valutazioni.
Di contro, è anche vero che gli atti e le critiche antisemite sono
aumentati in modo preoccupante in questi ultimi anni, sia in
Svizzera che del resto anche in Europa. E bisogna purtroppo
constatare che alcune critiche riferite al
conflitto hanno talvolta usato un vocabolario antisemita e
trasmettono sentimenti di odio, cosa intollerabile e totalmente
inaccettabile, che si sia
consapevoli o no, come è stato sottolineato dal CFR nello stesso
comunicato già citato: «Senza essere di per sé
antisemite, le critiche possono tuttavia favorire delle reazioni
antisemite e l’estremismo di destra. Ciò, comunque, non può essere una ragione per
considerarle inaccettabili. I soli responsabili del razzismo e
dell’antisemitismo sono coloro che ne danno prova. E’ inaccettabile
il fatto che dei cittadini svizzeri ebrei siano considerati
risposabili della politica di uno Stato sovrano, anche se essi si
sentono, in un qualche modo, legati a questo Stato (CFR,
2002).
Osserviamo la cosa più da vicino. In che cosa la critica è o
sarebbe considerata antisemita? Perchè un così grande sospetto? Perché tanto
risentimento? Perché questo malessere? Proviamo a ripercorrere
qualche pista di spiegazione per definire poi qualche strumento che
ci consenta di distinguere il dibattito e la critica democratica da
una parte, dai sentimenti e i risentimenti antisemiti
dall’altra.
L’irruzione
dell’antisemitismo (4)
Riciclaggio
d’immagini antisemite ben conosciute
L’antisemitismo,
in realtà, non è mai del tutto scomparso
in Europa, anche dopo il 1945.
Profondamente ancorato sotto forma di «codice culturale» (Volkov
2000) alla cultura europea, si è trasformato dopo la Seconda Guerra
mondiale ed è diventato, almeno in parte, un elemento politico del
conflitto israelo-palestinese, saldandosi con un immaginario
antico. Affinché il dibattito
si svolga democraticamente, è necessario che la critica o
l’opposizione alla politica israeliana sia condotta sulla base di
fatti, di argomenti razionali e nella disponibilità dell’ascolto
reciproco. Laddove il limite verso l’odio
è superato, ecco che le emozioni che esprimono un’avversione totale
fanno irruzione e superano il quadro della
razionalità. E’ la situazione
nella quale gli argomenti si richiamano ad
associazioni, simboli o sentimenti ispirati all’arsenale
antisemita. Tre esempi per
illustrare questo limite. Si è potuto osservare il ricorso nella
stampa a disegni e immagini che sono in
realtà la riproposizione di antiche immagini, che associano i fatti e le imprese
dell’esercito israeliano agli Ebrei sanguinari e alla morte
rituale, o che ricordano l’accusa di deicidio, temi ben noti dell’antigiudaismo
cristiano. Un secondo esempio
è la ripresa delle teorie del complotto, che
raffigurano gli Ebrei come una superpotenza che domina sul mondo
con poteri occulti e un piano
diabolico, sulla scia di una tradizione diffusa dai tristemente
famosi “Protocolli dei Savi di Sion”. Un terzo elemento è la
presentazione degli Ebrei o degli Israeliani, spesso impiegati come
termini interscambiabili, come il male assoluto, con l’uso di
simboli nazisti che ricordano i peggiori ammonimenti del nazismo
riguardo al preteso “pericolo ebraico”. Di contro,
i sentimenti di
odio associati a certe espressioni retoriche superano di gran lunga
il limite dell’odio che separa la critica politica
dall’antisemitismo.
Analogie con la
Shoah: le difficoltà del passato che non
passa
La Shoah e il nazional-socialismo rappresentano oggi in modo
emblematico il peggio che la civiltà occidentale ha potuto
produrre. Perché dunque è così frequente la tentazione di comparare la
politica israeliana al nazional-socialismo o di associare la sorte
dei Palestinesi a quella degli Ebrei? E’ facilmente comprensibile che noi Europei,
Ebrei e non-Ebrei, siamo tutti ossessionati dalla Shoah, e ciò
spiega il fatto che quando si discute del conflitto
israelo-palestinese si finisca per parlare della
Shoah, e viceversa. Si
aggiunga che un certo mimetismo tra il popolo ebraico
e quello palestinese, due
gruppi che hanno vissuto delle tragedie traumatiche – Shoah e Neqba
(5) -, fa parte oggi di quello che possiamo definire il dialogo o
la concorrenza delle memorie (Eckmann 2004). Ed esistono nessi
storici tra le due tragedie. Ma questi nessi non autorizzano
affatto dei parallelismi. La comparazione degli
Israeliani con i nazisti, dei campi dei rifugiati palestinesi con i
campi di concentramento,
rappresenta un’analogia impropria che non solo porta la
responsabilità di una demonizzazione dello Stato di
Israele, e a volte per
estensione di tutti gli Ebrei, ma per giunta rappresenta una
banalizzazione
della Shoah come ha notato
Georg Kreis (citato da Abelin 2004). Bisogna chiedersi, come è
accaduto in Germania, in quale misura queste analogie hanno come
conseguenza o per funzione quella di scagionare la coscienza
europea, in difficoltà nei
confronti degli Ebrei. In effetti, relativizzare la Shoah e
stabilire che i crimini di oggi sarebbero tanto gravi quanto quelli
dei nazisti, dichiarando che le vittime ebree “fanno la stessa
cosa”, rappresenta una pericolosa banalizzazione
o piuttosto una trivializzazione
(Christer Mattson 2004) della Shoah. Tutto ciò fa intendere che la
Shoah, in fondo, non è stato un fatto così grave al confronto con i
crimini di oggi, e che il dovere di una coscienza storica di quel
periodo non rappresenterebbe più una necessità. La tesi di Alain
Finkielkraut si spinge ancora più oltre: egli sostiene che in nome
stesso della memoria della Shoah e dei Diritti umani molti
movimenti schierati a fianco dei Palestinesi stigmatizzano il
comportamento degli Ebrei e di Israele.
Senza condividere le sue conclusioni sulla politica di Israele, in
ogni caso qui viene posta una questione ai movimenti per i Diritti
umani. Comunque sia, molti Ebrei in Svizzera dichiarano di essere
isolati nelle discussioni, di essere oggetto di allusioni e dello
sguardo degli altri, e testimoniano della difficoltà di dirsi Ebrei
e di parlare di Israele. Capita spesso che essi non osino dire il
loro punto di vista apertamente, per il timore di suscitare
reazioni di rigetto. E’ quindi possibile e necessario evitare che
la critica politica o il sostegno dei Palestinesi non siano oggetto
di strumentalizzazione antisemita in modo indiretto o manifesto, o
di risentimenti legati più al passato e alla storia europea, che al
presente e alla situazione attuale in Palestina.
L’accusa di
antisemitismo
Per altri versi, l’accusa di antisemitismo è
indirizzata sbrigativamente,
spesso troppo sbrigativamente, a persone e movimenti solidali
con i Palestinesi, da parte di
certi ambienti che difendono la politica israeliana, contando sulla
paura di essere accusati di antisemitismo, con lo scopo, cosciente
o meno, di intimidire attraverso l’uso di
questo argomento per squalificare ogni critica. Questo uso rischia di svalutare e di annacquare
il termine antisemitismo e di politicizzare il suo significato. Da
una parte c’è il timore delle comunità ebraiche, che sentono, con
una diversa sensibilità, gli accenti e le intonazioni antisemite,
là dove altri non le percepiscono. Nella stessa Israele, il ritorno
di Auschwitz è vissuto come «una eventualità sempre possibile di
fronte al resto del mondo definito come ostile e antisemita»
(Zertal 2004). In ogni caso, l’accusa di antisemitismo
dovrebbe essere più prudente, poiché in effetti si confonde il
sospetto di antisemitismo con l’antisemitismo messo in atto, un
eventuale antisemitismo latente con un antisemitismo
manifesto. Si accusa spesso le
vittime di vedere il razzismo ovunque e di essere paranoiche. Ciò è
vero per tutte le vittime del razzismo, e la suscettibilità è un
rischio che corrono tutti i gruppi discriminati. D’altra parte, in
questi casi ci può essere una strumentalizzazione inversa a quella
citata in precedenza che si serve dell’accusa di antisemitismo per
difendere dalle critiche un governo o una scelta politica. Quando
la critica delle colonie di popolamento o dell’occupazione è
considerata come antisemita, ci si trova nel campo dell’uso
politico dell’antisemitismo. Accusare di antisemitismo tutti
quelli che difendono i diritti dei Palestinesi ad avere uno Stato
significa accusare di antisemitismo la stessa opposizione
israeliana e i movimenti per la pace israeliani o ebraici e i loro simpatizzanti, dunque molti
Ebrei. Il sospetto di antisemitismo fa esitare alcuni a dire ciò
che pensano del conflitto israelo-palestinese o a pronunciare la
loro opinione apertamente. Il vago sentimento di malessere e di
colpevolezza nei confronti degli Ebrei rinforza questa difficoltà.
E ancora, essere accusati di
antisemitismo significa oggi essere equiparati ai
nazisti, il peggiore degli
oltraggi. Negli ambienti solidali con i
Palestinesi che si collocano a sinistra dello schieramento politico
molti si dichiarano coscienti del rischio di tendenze
antisemite. Cosa vera che
richiederebbe però qualche riflessione più critica per gli slogan
di certe manifestazioni, ad esempio. Non bisogna certo insinuare
che gli Ebrei avrebbero il potere di impedire qualsiasi critica,
cosa che rinvia alle teorie sul complotto. Per questo basta
guardare i media. In particolare nella Svizzera, i sostenitori
delle due parti in conflitto accusano i media di essere parziali:
per gli uni, i media sono sistematicamente filo-palestinesi; per
gli altri, sono sistematicamente filo-israeliani. E tutto questo
vorrà forse dire che, alla fine, i media sono riusciti a trovare il
giusto equilibrio? Per molte delle persone impegnate nella difesa
dei Diritti umani, è una necessità quella di far sentire la propria
voce in difesa dei più deboli, e cioè di impegnarsi dalla parte dei
Palestinesi, e ciò senza giustificare in nessun modo il ricorso
alla violenza. Accusare queste persone di antisemitismo tout court
non serve né alla causa dei Diritti umani, né a quella della lotta
contro l’antisemitismo. I difensori dei Diritti umani da parte loro
– e una presa di coscienza a questo proposito sta facendosi strada
- devono far propria l’esigenza di non superare il limite tra il
dibattito politico e l’antisemitismo.
L’antisionismo è
antisemitismo?
L’interrogativo apre un ampio dibattito. E solleva questioni alle
quali la stessa Europa non è riuscita a rispondere in modo adeguato
come dimostra l’imbroglio etno-politico nella ex-Yugoslavia:
come organizzare un
territorio per consentire a due o più popoli di sentirsi a casa
propria e esercitare la loro sovranità? Come conciliare diverse aspirazioni nazionali?
Come proteggere i diritti delle minoranze in uno Stato-nazione?
Sono tutte questioni che ruotano attorno allo sionismo e
all’anti-sionismo. L’anti-sionismo è una forma di antisemitismo: la
questione presuppone che si possa chiaramente definire il sionismo
e l’anti-sionismo. (6) Bisogna ricordare che c’è un forte dibattito
dalla fine del XIX secolo all’interno dello stesso mondo ebraico
tra sionisti e anti-sionisti, e il sionismo ha sempre
incontrato sia approvazione che contestazione da parte degli stessi
Ebrei. E così come ci sono
molte forme di sionismo, ci sono molte forme di anti-sionismo o
anche di post-sionismo. In sostanza, l’anti-sionismo propone uno
Stato nel quale potrebbero vivere Ebrei e Palestinesi, ciò che
sembra in effetti costituire una reale
possibilità. Ma uno Stato bi-o
pluri-nazionale è realizzabile a condizione che le minoranze
possano disporre di garanzie di protezione dei loro diritti e della
loro sicurezza. Bisognerà immaginare nuove
forme Stato, pluri-nazionali o di tipo federale, e trovare assolutamente delle risposte alle
questioni legate alla sovranità, anche se parziale, e alla
sicurezza. Una posizione antisionista che tralascia di affrontare
queste implicazioni rasenta effettivamente l’antisemitismo, anche
se la situazione è solo ipotetica, nella misura in cui questa
stessa posizione non si fa carico della protezione degli Ebrei come
minoranza in uno Stato a maggioranza palestinese o araba. Ed è
esattamente questa eventualità che spaventa la grande maggioranza
degli Ebrei. Ed è per questo che la memoria della Shoah rappresenta
la tempo stesso un trauma reale e un trauma facilmente
strumentalizzabile, una paura che spiega molte cose, anche se non
può giustificare tutto. Si può dunque vedere come in questa logica
l’antisionismo si avvicina all’antisemitismo larvato. A ciò di
aggiunga che la parola sionista è sempre più spesso usata come un
insulto, e funziona come sinonimo di «Ebreo», e ciò, ad esempio,
nei paesi del blocco comunista. Resta comunque il fatto che il
nesso tra anti-sionismo e antisemitismo non è affatto automatico. E
tuttavia se si prescinde dal contesto storico nel quale è nato il
sionismo e si argomenta intorno al sionismo come se l’antisemitismo
non fosse mai esistito, molti Ebrei percepirebbero un ragionamento
anti-sionista come espressione di un atteggiamento antisemita,
anche da parte di coloro che si sono fortemente opposti alla
politica israeliana (Klug 2004 b). La possibilità
dell’autodeterminazione politica è un diritto che deve essere
riconosciuto ad ogni popolo, ivi compresi gli Ebrei e i
Palestinesi. Mettere in discussione l’esistenza stessa dello Stato
d’Israele, o delegittimarlo in quanto tale, significa negare agli
Ebrei questo diritto, cosa che è per molti aspetti assimilabile a
una forma di antisemitismo, anche se solo in forma larvata. Ma
ritorniamo al «conflitto a proposito del conflitto», quello che si
gioca qui in Europa. Ciò che è irritante è vedere che nelle
discussioni ognuno si pone come vittima, creando una specie di
competizione tra le vittime. Non bisogna sostenere questo
atteggiamento e bisogna evitare che si diffonda, sia che riguardi
coloro che vedono in ogni critica della politica israeliana una
forma di antisemitismo, sia coloro che ravvisano in ogni messa in
guardia dell’antisemitismo una strumentalizzazione
politica.
Difficoltà e possibilità quando
si affrontano queste obiezioni sul terreno
pedagogico
E dunque: è possibile criticare Israele? È possibile criticare la
politica israeliana senza essere antisemiti? È possibile criticare
la politica israeliana senza essere accusati ingiustamente di
antisemitismo? È del tutto evidente che si può
sia criticare la politica israeliana e battersi allo stesso tempo
contro l’antisemitismo,
entrambi gli atteggiamenti nel nome dei Diritti umani. Concludiamo
allora con alcune riflessioni e questioni in una prospettiva
pedagogica.
Decostruire le
pratiche discorsive che demonizzano
Scegliere le proprie parole e le proprie immagini non ha a che
vedere con un atteggiamento politically correct, ma è piuttosto
questione di rispetto della precisione. Così non si deve confondere un
governo con un popolo, né gli Israeliani con gli
Ebrei. È necessario
imparare a
decodificare l’uso delle associazioni e dei simboli antisemiti e
saperli combattere. Le
strategie retoriche che favoriscono una essenzializzazione e una
demonizzazione - e ciò, del resto, vale sia per gli uni che per gli
altri ! – devono essere decostruite
criticamente.
Argomentare
utilizzando i fatti, sapendoli
contestualizzare
L’esattezza dei fatti sui quali si basa un’argomentazione è
decisiva, così come è necessario saper ricondurre i fatti al loro
contesto storico e politico. Ciò implica l’uso di documenti storici
e contemporanei, la capacità di metterli in prospettiva e di
procedere ad un’analisi critica delle fonti. Questo approccio può
favorire di per sé uno scambio di fatto, anche se sappiamo che gli
stessi accadimenti possono essere interpretati diversamente, come
dimostra il gruppo di docenti israeliani e palestinesi che hanno
scritto le due rispettive storie in parallelo, riconoscendo la
legittimità della storia dell’altro e la necessità di tenerne
effettivamente conto (Collectif PRIME 2003). La critica delle
posizioni politiche, delle azioni politiche o militari o degli
atteggiamenti dei politici o di un governo fanno parte del
dibattito democratico, e non è la stessa cosa che condannare in
blocco una popolazione e/o un paese.
Interrogare il
proprio rapporto con il conflitto
Il conflitto israelo-palestinese è unico? Spesso l’argomento è
sostenuto per il fatto che si tratta di un conflitto non
paragonabile a nessun altro, in ragione della sua complessità,
della storia particolare del progetto nazionale ebraico o del
legame tra la decisione della creazione dello Stato di Israele e la
Shoah. Ma non è così certo tutto ciò: le questioni dei territori e
delle frontiere, delle minoranze e dello Stato-nazione, della
collocazione dei rifugiati si possono ritrovare in ben altri
conflitti. Ciò che potrebbe essere unico è il rapporto singolare
che ha una grande parte del mondo, e in ogni caso l’Europa, con
questa parte del mondo. Sono dunque il nostro particolare rapporto
al conflitto che lo rende così unico, e i molteplici legami che
legano l’Europa cristiana, la storia delle Crociate, del
colonialismo e quella del XX secolo a questa terra. Interroghiamoci
dunque non solo sul conflitto in sé, ma lasciamoci anche uno spazio
per interrogare il nostro stesso rapporto a questo conflitto e a
questa terra, « promessa » a più di uno sguardo. Riflettere sulle
emozioni e sul linguaggio usato A volte la differenza sta più nel
modo con cui sono dette le cose, nelle emozioni che sottendono le
parole che al contenuto degli argomenti messi in campo. Dovremmo,
inoltre, riflettere egualmente al nostro modo di esprimerci con
riferimento «al conflitto a proposito del conflitto»: gli uni
dovranno interrogarsi sulla virulenza delle affermazioni
anti-israeliane e domandarsi se esse non abbiano implicazioni
antisemite; gli altri dovranno interrogarsi sull’accusa di
antisemitismo e domandarsi se non sia stata pronunciata troppo alla
leggera. Infine, per le persone esterne al terreno del conflitto,
per gli Svizzeri o gli Europei, è importante sia
prendere parte alla
lotta contro l’ingiustizia che essere cauti con le condanne globali
e semplificatrici: in
effetti, non
si tratta di una scelta binaria tra l’essere filo-palestinesi o
filo-israeliani, tra il Bene e
il Male, bensì di un atteggiamento critico che non ignora la
propria implicazione emotiva e identitaria. Sostenere le forze di
pace delle due parti offre una prospettiva a tutti coloro che sono
consapevoli della posta in gioco. È dunque possibile non
abbandonare né l’uno né l’altro: operare per una pace giusta nel
Vicino Oriente e combattere ogni forma di antisemitismo, rifiutando
le polarizzazioni che contrappongono i filo-palestinesi ai
filo-israeliani. Potremmo ispirarci per prima cosa a quei docenti
israeliani e palestinesi sopra menzionati che suggeriscono di
«considerare l’insegnamento della storia come un tentativo di
costruire un futuro migliore “capovolgendo ogni pietra” anziché
gettandosele addosso» (PRIME, Collectif, 2003 vedi riquadro).
Traduzione dal francese a cura di Ernesto
Perillo
Note:
1 In Monique Eckmann e Michèle Fleury ( a cura di) Racisme(s) et
citoyenneté. Un outil pour la réflexion et l’action, Ed. ies,
Genève, in corso di pubblicazione. 2 Monique Eckmann, sociologa di
formazione, è docente presso l’Haute école de Travail Social -
Institut d’études sociales di Ginevra, dove anima, tra le altre, la
rete Intermigra (Interculturel,migration, racisme). E’ membro del
Centre d’études de la diversité culturelle et de la citoyenneté
(CEDIC), nato all’interno della Haute école spécialisée de Suisse
occidentale. Al centro delle sue ricerche e del suo insegnamento le
dinamiche identitarie nei conflitti tra i gruppi,le relazioni
interculturali e la memoria, il dialogo tra maggioranze e
minoranze. Nelle sue pubblicazioni sviluppa concetti e strumenti di
lavoro e di formazione per l’educazione alla democrazia, ai diritti
dell’uomo, alla pace. Tra le sue ultime pubblicazioni : Identités
en conflit,dialogue des mémoires. Enjeux identitaries dans les
rencontres intergroupes, Ed. ies, Genève, 2004 ; e con Miryam Eser
Davolio, Pedagogia dell’antirazzismo. Aspetti teorici e supporti
pratici, Giampiero Casagnade editore, Milano, 2005. 3 Il testo
parte da due presupposti che non saranno sviluppati in questo
contributo : da una parte il riconoscimento della legittimità
dell’esistenza dello Stato di Israele con frontiere sicure e
riconosciute a livello internazionale e dall’altra la legittimità
della rivendicazione palestinese per uno Stato duraturo, che abbia
anch’esso frontiere sicure e riconosciute a livello internazionale.
4 Il termine antisemitismo è oggi messo in discussione : alcuni
preferirebbero altre denominazioni come anti-giudaismo o razzismo
anti-ebraico. A mio parere il termine è di uso sufficientemente
comune da poter essere utilizzato in questo contributo. E’ comunque
importante non assimilarlo al nazismo, poiché l’antisemitismo è un
elemento caratteristico della cultura europea ben prima del periodo
nazista. 5 Nome che in arabo significa « catastrofe» e indica
l’espulsione dei Palestinesi nel 1948. 6 In prima approssimazione
si può definire il sionismo come il movimento che difende l’idea di
uno Stato ebraico, ispirato alle tradizioni dei nazionalismi del
XIX secolo, e l’antisionismo come la contestazione dell’idea stessa
di Stato ebraico.
Riferimenti bibliografici
- Abelin, Peter (2004) « Wo beginnt der Antisemitismus? Georg Kreis
bei der GSI in Bern ». in Tachles, 27. Februar. - CFR, Commission
Fédérale contre le Racisme, Communiqué de presse, Berne 16 juillet
2002, Discussion sur l’antisémitisme dans le débat sur le conflit
au Proche-Orient. - Deutsch-israelischer Arbeitskreis für Frieden
im Nahen Osten (DIAK)(2004) Antisemitismus und Nahostkonflikt,
Zeitschrift für Dialog, Wochenschauverlag 3/ 2004. - Eckmann, M.
(2004), Identités en conflit, dialogue des mémoires. Enjeux
identitaires dans les rencontres intergroupes. Préface de C.
Rojzman. Ed. ies, Genève. - Finkielkraut, Alain (2003), Au nom de
l’Autre. Gallimard, Paris - Klug, Brian (2004a), «Der Mythos des
neuen Antisemitismus » in Antisemitismus und Nahostkonflikt,
Zeitschrift für Dialog. Deutsch-israelischer Arbeitskreis für
Frieden im Nahen Osten (DIAK) Wochenschauverlag 3/ 2004, pp. 27-39.
- Klug, Brian (2004b), « Antisemitismus : Kehrt das Monster zurück
? » in Antisemitismus und Nahostkonflikt, Zeitschrift für Dialog.
Deutsch-israelischer Arbeitskreis für Frieden im Nahen Osten (DIAK)
Wochenschauverlag 3/ 2004, pp. 48-52. - Mattson, Christer (2004),
Exposé à la Maison Anne Frank, Amsterdam, rencontre d’experts,
novembre. - PRIME, Collectif (2003) L'Histoire de l'Autre. éd.
Liana Levi, Paris.(trad. it. Peace Research Institute in the Middle
East, La storia dell’altro. Israeliani e Palestinesi, Ed. Una
città, Forlì, 2003) - Volkov, Shulamit (2000) Antisemtismus als
kultureller Code. : Zehn Essays. Beck’sche Reihe, Beck, München. -
Zertal, Idith, (2004), La Nation et la mort. La Shoah dans le
discours et la politique d'Israël. éd. la Découverte, Paris
«La Storia dell’Altro» è un’iniziativa israelo-palestinese che ha
portato alla redazione di un manuale di storia per le scuole
secondarie, che presenta il conflitto dai due punti di vista
palestinese e israeliano. Il testo è stato scritto da Sami Adwan
(Palestina) et Dan Bar-On (Israele), soci fondatori del PRIME
(Peace Research Institute for Peace in the Middle East). Di seguito
un brano tratta dall’introduzione, pp. 13-14: I manuali scolastici
portano generalmente la loro attenzione sui conflitti, le guerre,
le sconfitte. Quelli che per una parte sono gli eroi, per l’altra
sono i cattivi. Ed è così che un paese forma i propri insegnanti in
quanto intellettuali incaricati di dare ragione a una parte a
scapito dell’altra. Noi siamo convinti che è giunto il momento di
formare dei docenti che siano costruttori di pace, in grado di
insegnare agli studenti la loro storia e quella dell’altro. O
meglio ancora, bisogna che il docente sappia dare spazio alle
questioni poste alle rispettive storie. Bisogna considerare
l’insegnamento della storia come un tentativo di costruire un
futuro migliore “capovolgendo ogni pietra” anziché gettandosele
addosso» Sami Adwan, Dan Bar-On, Adnan Musallam, Eyal Naveh.
Fonte: www.ilgridodeipoveri.org


