Dialogo Occidente - Islam
Discorso integrale di Obama al Cairo
Ecco
la traduzione integrale del discorso
del presidente americano Barack Obama all'Università del
Cairo.
Barack
Obama
(Presidente degli Stati Uniti d'America)
SONO
onorato di trovarmi qui al Cairo, in questa città eterna, e di
essere ospite di due importantissime istituzioni. Da oltre mille
anni Al-Azhar rappresenta il
faro della cultura islamica e da oltre un
secolo
l'Università del Cairo è la culla del progresso
dell'Egitto. Insieme,
queste due istituzioni rappresentano il
connubio di tradizione e progresso. Sono grato di
questa ospitalità e dell'accoglienza che il popolo egiziano mi ha
riservato. Sono altresì orgoglioso di portare con me in questo
viaggio le
buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi
il
saluto di pace delle comunità
musulmane del mio Paese: assalaamu alaykum.
Ci incontriamo qui in un periodo di
forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il
mondo, tensione che
ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi
attuale dibattito politico. Il
rapporto tra Islam e Occidente ha alle
spalle
secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche
di
conflitto e di guerre di religione. In tempi più
recenti, questa tensione è stata
alimentata dal colonialismo, che ha
negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una
Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo
spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura,
senza tener conto delle loro legittime aspirazioni.
Oltretutto,
i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e
dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare
l'Occidente ostile nei confronti delle tradizioni
dell'Islam.
Violenti estremisti hanno saputo
sfruttare queste tensioni in una minoranza, esigua ma forte, di
musulmani. Gli
attentati dell'11 settembre 2001 e gli sforzi
continui di questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza
contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune persone nel
mio Paese a
considerare l'Islam come inevitabilmente ostile non soltanto nei
confronti dell'America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche
dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure, maggiori
diffidenze.
Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre
differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l'odio
invece della pace, coloro che si
adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che
potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a
raggiungere il benessere. Adesso occorre
porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e
discordia.
Io sono qui oggi per cercare di
dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di
tutto il mondo; l'inizio di un
rapporto che si basi sull'interesse
reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto
che si basi su una verità precisa, ovvero che
America e Islam non si escludono a vicenda,
non devono necessariamente essere in competizione tra
loro. Al
contrario,
America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e
ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la
dignità dell'uomo.
Sono qui consapevole che
questo cambiamento non potrà avvenire nell'arco di una sola
notte.
Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una
diffidenza pluriennale. Né io sarò in
grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare
soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a
questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti
dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo
spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno
sforzo sostenuto nel tempo per
ascoltarci, per imparare
l'uno dall'altro, per
rispettarci, per cercare un
terreno comune di intesa. Il Sacro
Corano dice:
"Siate
consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è
quanto cercherò di fare:
dire la verità nel miglior modo possibile, con un
atteggiamento umile per l'importante compito che devo affrontare,
fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto
appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed
efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.
In parte
le mie convinzioni si basano sulla mia stessa
esperienza:
sono cristiano,
ma mio padre era originario di una famiglia del Kenya della quale
hanno fatto parte generazioni intere di
musulmani.
Da bambino ho trascorso svariati anni in Indonesia, e ascoltavo al
sorgere del Sole e al calare delle tenebre la chiamata dell'azaan.
Quando ero ragazzo, ho prestato servizio nelle comunità di Chicago
presso le quali molti trovavano dignità e pace nella loro fede
musulmana.
Ho studiato Storia e
ho imparato quanto la civiltà sia debitrice nei confronti
dell'Islam.
Fu l'Islam infatti - in
istituzioni come l'Università Al-Azhar -
a tenere alta la fiaccola del sapere per molti secoli, preparando
la strada al Rinascimento europeo e
all'Illuminismo. Fu
l'innovazione presso le comunità musulmane a sviluppare scienze
come l'algebra,
a inventare la
bussola magnetica, vari strumenti
per la navigazione;
a far progredire la maestria nello scrivere e nella
stampa; la nostra
comprensione di come si diffondono le
malattie e come è possibile curarle. La cultura
islamica ci ha regalato maestosi archi e cuspidi elevate;
poesia immortale e
musica eccelsa;
calligrafia elegante e luoghi
di
meditazione pacifica. Per tutto il
corso della sua Storia,
l'Islam ha dimostrato con le parole e le azioni la possibilità di
praticare la
tolleranza religiosa e
l'eguaglianza
tra le razze.
So anche che l'Islam ha avuto una
parte importante nella Storia americana.
La prima nazione a riconoscere il mio Paese è stato il
Marocco. Firmando il
Trattato di Tripoli nel 1796, il nostro secondo presidente, John
Adams, scrisse: "Gli Stati Uniti non hanno a priori alcun motivo di
inimicizia nei confronti delle leggi, della religione o dell'ordine
dei musulmani". Sin dalla fondazione degli Stati Uniti, i musulmani
americani hanno arricchito il mio Paese: hanno combattuto nelle
nostre guerre, hanno prestato servizio al governo, si sono battuti
per i diritti civili, hanno avviato aziende e attività, hanno
insegnato nelle nostre università, hanno eccelso in molteplici
sport, hanno vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici
più alti e acceso la Torcia Olimpica. E quando di recente il primo
musulmano americano è stato eletto come rappresentante al Congresso
degli Stati Uniti, egli ha giurato di difendere la nostra
Costituzione utilizzando lo stesso Sacro Corano che uno dei nostri
Padri Fondatori - Thomas Jefferson - custodiva nella sua biblioteca
personale.
Ho pertanto conosciuto l'Islam in tre continenti, prima di venire
in questa regione nella quale esso fu rivelato agli uomini per la
prima volta. Questa esperienza illumina e guida la mia convinzione
che una partnership tra America e Islam debba basarsi su ciò che
l'Islam è, non su ciò che non è. Ritengo che rientri negli obblighi
e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti
lottare contro qualsiasi stereotipo negativo
dell'Islam, ovunque esso
possa affiorare.
Ma
questo medesimo principio deve applicarsi alla percezione
dell'America da parte dei musulmani. Proprio come i
musulmani non ricadono in un approssimativo e grossolano
stereotipo, così
l'America non corrisponde a quell'approssimativo e grossolano
stereotipo di un impero interessato al suo solo
tornaconto. Gli Stati
Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che
il mondo abbia mai conosciuto. Sono nati dalla rivoluzione contro
un impero.
Sono stati fondati sull'ideale che tutti gli esseri umani nascono
uguali e per dare
significato a queste parole essi hanno versato sangue e lottato per
secoli, fuori dai loro confini, in ogni parte del mondo. Sono stati
plasmati da ogni cultura, proveniente da ogni remoto angolo della
Terra, e si ispirano a un unico ideale: E pluribus unum. "Da molti,
uno solo". Si sono dette molte cose e si è speculato alquanto sul
fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse
essere eletto presidente, ma la mia storia personale non è così
unica come sembra. Il sogno della realizzazione personale non si è
concretizzato per tutti in America, ma quel sogno, quella promessa,
è tuttora valido per chiunque approdi alle nostre sponde, e ciò
vale anche per quasi sette milioni di musulmani americani che oggi
nel nostro Paese godono di istruzione e stipendi più alti della
media.
E ancora:
la libertà in America è tutt'uno con la libertà di professare la
propria religione. Ecco
perché
in ogni Stato americano c'è almeno una moschea, e complessivamente
se ne contano oltre 1.200 all'interno dei nostri
confini. Ecco perché il
governo degli Stati Uniti si è rivolto ai tribunali per tutelare il
diritto delle donne e delle giovani ragazze a indossare l'hijab e a
punire coloro che vorrebbero impedirglielo. Non c'è dubbio alcuno,
pertanto:
l'Islam è parte integrante dell'America. E io credo che
l'America custodisca al proprio interno la verità che,
indipendentemente da razza, religione, posizione sociale nella
propria vita, tutti noi condividiamo aspirazioni comuni, come
quella di vivere in pace e sicurezza, quella di volerci istruire e
avere un lavoro dignitoso, quella di amare le nostre famiglie, le
nostre comunità e il nostro Dio. Queste sono le cose che abbiamo in
comune. Queste sono le speranze e le ambizioni di tutto il genere
umano.
Naturalmente, riconoscere la nostra comune appartenenza a un unico
genere umano è soltanto l'inizio del nostro compito: le parole da
sole non possono dare risposte concrete ai bisogni dei nostri
popoli. Questi bisogni potranno essere soddisfatti soltanto se
negli anni a venire sapremo agire con audacia, se capiremo che le
sfide che dovremo affrontare sono le medesime e che se falliremo e
non riusciremo ad avere la meglio su di esse ne subiremo tutti le
conseguenze.
Abbiamo infatti appreso di recente che
quando un sistema finanziario si indebolisce in un Paese, è la
prosperità di tutti a patirne.
Quando una nuova malattia infetta un essere umano, tutti sono a
rischio. Quando una
nazione vuole dotarsi di un'arma
nucleare, il rischio di attacchi nucleari aumenta per tutte le
nazioni. Quando
violenti estremisti operano in una remota zona di montagna, i
popoli sono a rischio anche al di là degli
oceani.
E quando innocenti inermi sono massacrati in Bosnia e in Darfur, è
la coscienza di tutti a uscirne macchiata e infangata. Ecco che
cosa significa nel XXI secolo
abitare uno stesso pianeta: questa è la
responsabilità che ciascuno di noi ha in quanto essere umano. Si
tratta sicuramente di una
responsabilità ardua di cui farsi
carico.
La Storia umana è spesso stata un susseguirsi di nazioni e di tribù
che si assoggettavano l'una all'altra per servire i loro
interessi. Nondimeno, in
questa nuova epoca,
un simile atteggiamento sarebbe autodistruttivo. Considerato
quanto siamo
interdipendenti gli uni dagli altri, qualsiasi
ordine mondiale che dovesse elevare una nazione o un gruppo di
individui al di sopra degli altri sarebbe inevitabilmente destinato
all'insuccesso.
Indipendentemente da tutto ciò che pensiamo del
passato,
non dobbiamo esserne prigionieri. I nostri
problemi devono essere affrontati collaborando, diventando partner,
condividendo tutti insieme il progresso.
Ciò non significa che dovremmo ignorare i motivi di
tensione. Significa anzi
esattamente il contrario: dobbiamo far fronte a queste tensioni
senza indugio e con determinazione. Ed è quindi con questo spirito
che
vi chiedo di potervi parlare quanto più chiaramente e semplicemente
mi sarà possibile di alcune questioni particolari
che
credo fermamente che dovremo in definitiva
affrontare insieme. Il
primo problema che dobbiamo
affrontare insieme è la
violenza estremista in tutte le sue
forme. Ad Ankara ho detto chiaramente che l'America
non è - e non sarà mai
-
in guerra con l'Islam. In ogni caso,
però,
noi non daremo mai tregua agli estremisti violenti
che
costituiscono una grave minaccia per la nostra sicurezza. E questo
perché anche
noi disapproviamo ciò che le persone di tutte le confessioni
religiose disapprovano: l'uccisione di uomini, donne e bambini
innocenti. Il mio primo
dovere in quanto presidente è quello di proteggere il popolo
americano.
La situazione in
Afghanistan dimostra quali
siano gli obiettivi dell'America, e la nostra necessità di lavorare
insieme.
Oltre sette anni fa gli Stati Uniti dettero la caccia ad Al Qaeda e
ai Taliban con un vasto sostegno internazionale.
Non
andammo per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che alcuni
mettono in dubbio o giustificano gli eventi dell'11 settembre.
Cerchiamo però di essere chiari:
quel giorno Al Qaeda uccise circa 3.000 persone. Le vittime
furono uomini, donne, bambini innocenti, americani e di molte altre
nazioni, che non avevano commesso nulla di male nei confronti di
nessuno. Eppure Al Qaeda scelse deliberatamente di massacrare
quelle persone, rivendicando gli attentati, e ancora adesso
proclama la propria intenzione di continuare a perpetrare stragi di
massa. Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta cercando di
espandere il proprio raggio di azione. Queste non sono opinioni
sulle quali polemizzare: sono dati di fatto da affrontare
concretamente.
Non lasciatevi trarre in errore:
noi non vogliamo che le nostre truppe restino in
Afghanistan.
Non abbiamo intenzione di impiantarvi basi militari
stabili. È lacerante
per l'America continuare a perdere giovani uomini e giovani donne.
Portare avanti quel conflitto è difficile, oneroso e politicamente
arduo. Saremmo ben lieti di
riportare a casa anche l'ultimo dei nostri soldati se solo
potessimo essere fiduciosi che in Afghanistan e in Pakistan non ci
sono estremisti violenti che si prefiggono di massacrare quanti più
americani possibile. Ma non è
ancora così.
Questo è il motivo per cui siamo parte di una coalizione di 46
Paesi. Malgrado le spese e gli oneri che ciò comporta, l'impegno
dell'America non è mai venuto e mai verrà meno. In realtà,
nessuno di noi dovrebbe tollerare questi
estremisti: essi hanno
colpito e ucciso in molti Paesi. Hanno assassinato persone di ogni
fede religiosa. Più di altri, hanno massacrato musulmani.
Le loro azioni sono inconciliabili con i diritti umani, il
progresso delle nazioni, l'Islam stesso.
Il
Sacro Corano predica che chiunque uccida un innocente è come se
uccidesse tutto il genere umano. E chiunque
salva un solo individuo, in realtà salva tutto il genere
umano.
La fede profonda di oltre un miliardo di persone è infinitamente
più forte del miserabile odio che nutrono alcuni. L'Islam non è
parte del problema nella lotta all'estremismo violento: è anzi una
parte importante nella promozione della pace.
Sappiamo anche che
la sola potenza militare non risolverà i problemi in Afghanistan e
in Pakistan: per questo
motivo
stiamo pianificando di investire fino a 1,5 miliardi di dollari
l'anno per i prossimi cinque anni per aiutare i pachistani a
costruire scuole e ospedali, strade e aziende, e centinaia di
milioni di dollari per aiutare gli sfollati. Per questo
stesso motivo stiamo per offrire 2,8 miliardi di dollari agli
afgani per fare altrettanto, affinché sviluppino la loro economia e
assicurino i servizi di base dai quali dipende la
popolazione.
Permettetemi ora di affrontare la
questione dell'Iraq: a differenza
di quella in Afghanistan,
la guerra in Iraq è stata voluta, ed
è una scelta che ha provocato molti forti dissidi nel mio Paese e
in tutto il mondo. Anche se sono
convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva molto
meglio senza la tirannia di Saddam Hussein, credo anche che quanto
accaduto in Iraq sia servito all'America per comprendere meglio
l'uso delle risorse diplomatiche e l'utilità di un consenso
internazionale per risolvere, ogniqualvolta ciò sia possibile, i
nostri problemi. A questo proposito potrei citare le parole di
Thomas Jefferson che disse: "Io
auspico che la nostra saggezza cresca in misura proporzionale alla
nostra potenza e ci insegni che quanto meno faremo ricorso alla
potenza tanto più saggi saremo".
Oggi l'America ha una duplice responsabilità:
aiutare l'Iraq a plasmare un miglior futuro per se stesso e
lasciare l'Iraq agli iracheni. Ho già detto
chiaramente al popolo iracheno che
l'America non intende avere alcuna base sul territorio
iracheno, e non ha
alcuna pretesa o rivendicazione sul suo territorio o sulle sue
risorse.
La sovranità dell'Iraq è esclusivamente sua. Per
questo
ho dato ordine alle nostre brigate combattenti di ritirarsi entro
il prossimo mese di agosto. Noi onoreremo
la nostra promessa e l'accordo preso con il governo iracheno
democraticamente eletto di ritirare il contingente combattente
dalle città irachene entro luglio e tutti i nostri uomini dall'Iraq
entro il 2012.
Aiuteremo l'Iraq ad addestrare gli uomini delle sue Forze di
Sicurezza, e a sviluppare
la sua economia. Ma daremo sostegno a un Iraq sicuro e unito da
partner, non da dominatori.
E infine, proprio come l'America non può tollerare in alcun modo la
violenza perpetrata dagli estremisti, essa non può in alcun modo
abiurare ai propri principi.
L'11 settembre è stato un trauma immenso per il nostro
Paese. La paura e la
rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state
comprensibili, ma
in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri
stessi ideali. Ci stiamo
adoperando concretamente per
cambiare linea d'azione. Ho
personalmente
proibito in modo inequivocabile il ricorso alla tortura da parte
degli Stati Uniti, e ho dato
l'ordine che
il carcere di Guantánamo Bay sia chiuso entro i primi mesi
dell'anno venturo.
L'America, in
definitiva,
si difenderà rispettando la sovranità altrui e la legalità delle
altre nazioni. Lo farà in
partenariato con le comunità musulmane, anch'esse minacciate.
Quanto prima gli estremisti saranno isolati e si sentiranno
respinti dalle comunità musulmane, tanto prima saremo tutti più al
sicuro. La seconda più importante causa di tensione della quale
dobbiamo discutere è
la situazione tra israeliani, palestinesi e mondo
arabo. Sono ben noti
i
solidi rapporti che legano Israele e Stati Uniti. Si tratta di
un
vincolo infrangibile, che ha radici
in legami culturali che risalgono indietro nel tempo, nel
riconoscimento che l'aspirazione a una patria ebraica è legittimo e
ha anch'esso radici in una storia tragica, innegabile.
Nel mondo il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli e
l'antisemitismo in Europa è culminato
nell'Olocausto, uno sterminio
senza precedenti. Domani mi recherò a
Buchenwald, uno dei molti
campi nei quali gli ebrei furono resi schiavi, torturati, uccisi a
colpi di arma da fuoco o con il gas dal Terzo Reich.
Sei milioni di ebrei furono così massacrati, un numero superiore
all'intera popolazione odierna di Israele.
Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti, alimenta
l'odio.
Minacciare Israele di distruzione - o ripetere vili stereotipi
sugli ebrei - è profondamente sbagliato, e serve
soltanto a evocare nella mente degli israeliani il ricordo più
doloroso della loro Storia, precludendo la pace che il popolo di
quella regione merita. D'altra parte
è innegabile che il popolo palestinese - formato da
cristiani e musulmani -
ha sofferto anch'esso nel tentativo di avere una propria
patria. Da oltre 60
anni affronta tutto ciò che di doloroso è connesso all'essere
sfollati. Molti vivono nell'attesa, nei campi profughi della
Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, aspettando una vita fatta
di pace e sicurezza che non hanno mai potuto assaporare finora.
Giorno dopo giorno i palestinesi affrontano umiliazioni piccole e
grandi che sempre si accompagnano all'occupazione di un territorio.
Sia dunque chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese
è insostenibile. L'America non volterà le spalle alla legittima
aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle pari
opportunità, a uno Stato proprio.
Da decenni tutto è fermo, in uno stallo senza soluzione: due popoli
con legittime aspirazioni, ciascuno con una storia dolorosa alle
spalle che rende il compromesso quanto mai difficile da
raggiungere. È facile puntare il dito: è facile per i palestinesi
addossare alla fondazione di Israele la colpa del loro essere
profughi. È facile per gli israeliani addossare la colpa alla
costante ostilità e agli attentati che hanno costellato tutta la
loro storia all'interno dei confini e oltre. Ma se noi insisteremo
a voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto che
dall'altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere la verità:
l'unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti
è quella dei due Stati, dove israeliani e palestinesi possano
vivere in pace e in sicurezza.
Questa soluzione è nell'interesse di Israele, nell'interesse della
Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo
intero. È a ciò che io alludo espressamente quando dico di voler
perseguire personalmente questo risultato con tutta la pazienza e
l'impegno che questo importante obiettivo richiede. Gli obblighi
per le parti che hanno sottoscritto la Road Map sono chiari e
inequivocabili. Per arrivare alla pace, è necessario ed è ora che
loro - e noi tutti con loro - facciamo finalmente fronte alle
rispettive responsabilità.
I palestinesi devono abbandonare la violenza. Resistere con la
violenza e le stragi è sbagliato e non porta ad alcun risultato.
Per secoli i neri in America hanno subito i colpi di frusta, quando
erano schiavi, e hanno patito l'umiliazione della segregazione. Ma
non è stata certo la violenza a far loro ottenere pieni ed eguali
diritti come il resto della popolazione: è stata la pacifica e
determinata insistenza sugli ideali al cuore della fondazione
dell'America. La stessa cosa vale per altri popoli, dal Sudafrica
all'Asia meridionale, dall'Europa dell'Est all'Indonesia. Questa
storia ha un'unica semplice verità di fondo: la violenza è una
strada senza vie di uscita. Tirare razzi a bambini addormentati o
far saltare in aria anziane donne a bordo di un autobus non è segno
di coraggio né di forza. Non è in questo modo che si afferma
l'autorità morale: questo è il modo col quale l'autorità morale al
contrario cede e capitola definitivamente.
È giunto il momento per i palestinesi di concentrarsi su quello che
possono costruire. L'Autorità Palestinese deve sviluppare la
capacità di governare, con istituzioni che siano effettivamente al
servizio delle necessità della sua gente. Hamas gode di sostegno
tra alcuni palestinesi, ma ha anche delle responsabilità. Per
rivestire un ruolo determinante nelle aspirazioni dei palestinesi,
per unire il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla
violenza, deve riconoscere gli accordi intercorsi, deve riconoscere
il diritto di Israele a esistere.
Allo stesso tempo, gli israeliani devono riconoscere che proprio
come il diritto a esistere di Israele non può essere in alcun modo
messo in discussione, così è per la Palestina. Gli Stati Uniti non
ammettono la legittimità dei continui insediamenti israeliani, che
violano i precedenti accordi e minano gli sforzi volti a perseguire
la pace. È ora che questi insediamenti si fermino.
Israele deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e
assicurare che i palestinesi possano effettivamente vivere,
lavorare, sviluppare la loro società. Proprio come devasta le
famiglie palestinesi, l'incessante crisi umanitaria a Gaza non è di
giovamento alcuno alla sicurezza di Israele. Né è di giovamento per
alcuno la costante mancanza di opportunità di qualsiasi genere in
Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana del popolo
palestinese deve essere parte integrante della strada verso la pace
e Israele deve intraprendere i passi necessari a rendere possibile
questo progresso.
Infine, gli Stati Arabi devono riconoscere che l'Arab Peace
Initiative è stato sì un inizio importante, ma che non pone fine
alle loro responsabilità individuali. Il conflitto
israelo-palestinese non dovrebbe più essere sfruttato per
distogliere l'attenzione dei popoli delle nazioni arabe da altri
problemi. Esso, al contrario, deve essere di incitamento ad agire
per aiutare il popolo palestinese a sviluppare le istituzioni che
costituiranno il sostegno e la premessa del loro Stato; per
riconoscere la legittimità di Israele; per scegliere il progresso
invece che l'incessante e autodistruttiva attenzione per il
passato.
L'America allineerà le proprie politiche mettendole in sintonia con
coloro che vogliono la pace e per essa si adoperano, e dirà
ufficialmente ciò che dirà in privato agli israeliani, ai
palestinesi e agli arabi. Noi non possiamo imporre la pace. In
forma riservata, tuttavia, molti musulmani riconoscono che Israele
non potrà scomparire. Allo stesso modo, molti israeliani ammettono
che uno Stato palestinese è necessario. È dunque giunto il momento
di agire in direzione di ciò che tutti sanno essere vero e
inconfutabile.
Troppe sono le lacrime versate; troppo è il sangue sparso
inutilmente. Noi tutti condividiamo la responsabilità di dover
lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi
potranno vedere i loro figli crescere insieme senza paura; in cui
la Terra Santa delle tre grandi religioni diverrà quel luogo di
pace che Dio voleva che fosse; in cui Gerusalemme sarà la casa
sicura ed eterna di ebrei, cristiani e musulmani insieme, la città
di pace nella quale tutti i figli di Abramo vivranno insieme in
modo pacifico come nella storia di Isra, allorché Mosé, Gesù e
Maometto (la pace sia con loro) si unirono in preghiera.
Terza causa di tensione è il nostro comune interesse nei diritti e
nelle responsabilità delle nazioni nei confronti delle armi
nucleari. Questo argomento è stato fonte di grande preoccupazione
tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica iraniana. Da molti
anni l'Iran si distingue per la propria ostilità nei confronti del
mio Paese e in effetti tra i nostri popoli ci sono stati episodi
storici violenti. Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli Stati
Uniti hanno avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano
democraticamente eletto. Dalla Rivoluzione Islamica, l'Iran ha
rivestito un ruolo preciso nella cattura di ostaggi e in episodi di
violenza contro i soldati e i civili statunitensi. Tutto ciò è ben
noto. Invece di rimanere intrappolati nel passato, ho detto
chiaramente alla leadership iraniana e al popolo iraniano che il
mio Paese è pronto ad andare avanti. La questione, adesso, non è
capire contro cosa sia l'Iran, ma piuttosto quale futuro intenda
costruire.
Sarà sicuramente difficile superare decenni di diffidenza, ma
procederemo ugualmente, con coraggio, con onestà e con
determinazione. Ci saranno molti argomenti dei quali discutere tra
i nostri due Paesi, ma noi siamo disposti ad andare avanti in ogni
caso, senza preconcetti, sulla base del rispetto reciproco. È
chiaro tuttavia a tutte le persone coinvolte che riguardo alle armi
nucleari abbiamo raggiunto un momento decisivo. Non è unicamente
nell'interesse dell'America affrontare il tema: si tratta qui di
evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente, che
potrebbe portare questa regione e il mondo intero verso una china
molto pericolosa.
Capisco le ragioni di chi protesta perché alcuni Paesi hanno armi
che altri non hanno. Nessuna nazione dovrebbe scegliere e decidere
quali nazioni debbano avere armi nucleari. È per questo motivo che
io ho ribadito con forza l'impegno americano a puntare verso un
futuro nel quale nessuna nazione abbia armi nucleari. Tutte le
nazioni - Iran incluso - dovrebbero avere accesso all'energia
nucleare a scopi pacifici se rispettano i loro obblighi e le loro
responsabilità previste dal Trattato di Non Proliferazione. Questo
è il nocciolo, il cuore stesso del Trattato e deve essere
rispettato da tutti coloro che lo hanno sottoscritto. Spero
pertanto che tutti i Paesi nella regione possano condividere questo
obiettivo. Il quarto argomento di cui intendo parlarvi è la
democrazia. Sono consapevole che negli ultimi anni ci sono state
controversie su come vada incentivata la democrazia e molte di
queste discussioni sono riconducibili alla guerra in Iraq.
Permettetemi di essere chiaro: nessun sistema di governo può o deve
essere imposto da una nazione a un'altra.
Questo non significa, naturalmente, che il mio impegno in favore di
governi che riflettono il volere dei loro popoli, ne esce
diminuito. Ciascuna nazione dà vita e concretizza questo principio
a modo suo, sulla base delle tradizioni della sua gente. L'America
non ha la pretesa di conoscere che cosa sia meglio per ciascuna
nazione, così come noi non presumeremmo mai di scegliere il
risultato in pacifiche consultazioni elettorali. Ma io sono
profondamente e irremovibilmente convinto che tutti i popoli
aspirano a determinate cose: la possibilità di esprimersi
liberamente e decidere in che modo vogliono essere governati; la
fiducia nella legalità e in un'equa amministrazione della
giustizia; un governo che sia trasparente e non si approfitti del
popolo; la libertà di vivere come si sceglie di voler vivere.
Questi non sono ideali solo americani: sono diritti umani, ed è per
questo che noi li sosterremo ovunque.
La strada per realizzare questa promessa non è rettilinea. Ma una
cosa è chiara e palese: i governi che proteggono e tutelano i
diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior
successo, i più sicuri. Soffocare gli ideali non è mai servito a
farli sparire per sempre. L'America rispetta il diritto di tutte le
voci pacifiche e rispettose della legalità a farsi sentire nel
mondo, anche qualora fosse in disaccordo con esse. E noi
accetteremo tutti i governi pacificamente eletti, purché governino
rispettando i loro stessi popoli.
Quest'ultimo punto è estremamente importante, perché ci sono
persone che auspicano la democrazia soltanto quando non sono al
potere: poi, una volta al potere, sono spietati nel sopprimere i
diritti altrui. Non importa chi è al potere: è il governo del
popolo ed eletto dal popolo a fissare l'unico parametro per tutti
coloro che sono al potere. Occorre restare al potere solo col
consenso, non con la coercizione; occorre rispettare i diritti
delle minoranze e partecipare con uno spirito di tolleranza e di
compromesso; occorre mettere gli interessi del popolo e il
legittimo sviluppo del processo politico al di sopra dei propri
interessi e del proprio partito. Senza questi elementi
fondamentali, le elezioni da sole non creano una vera democrazia.
Il quinto argomento del quale dobbiamo occuparci tutti insieme è la
libertà religiosa. L'Islam ha una fiera tradizione di tolleranza:
lo vediamo nella storia dell'Andalusia e di Cordoba durante
l'Inquisizione. Con i miei stessi occhi da bambino in Indonesia ho
visto che i cristiani erano liberi di professare la loro fede in un
Paese a stragrande maggioranza musulmana. Questo è lo spirito che
ci serve oggi. I popoli di ogni Paese devono essere liberi di
scegliere e praticare la loro fede sulla sola base delle loro
convinzioni personali, la loro predisposizione mentale, la loro
anima, il loro cuore. Questa tolleranza è essenziale perché la
religione possa prosperare, ma purtroppo essa è minacciata in
molteplici modi.
Tra alcuni musulmani predomina un'inquietante tendenza a misurare
la propria fede in misura proporzionale al rigetto delle altre. La
ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta, invece,
che si tratti dei maroniti in Libano o dei copti in Egitto. E anche
le linee di demarcazione tra le varie confessioni devono essere
annullate tra gli stessi musulmani, considerato che le divisioni di
sunniti e sciiti hanno portato a episodi di particolare violenza,
specialmente in Iraq. La libertà di religione è fondamentale per la
capacità dei popoli di convivere. Dobbiamo sempre esaminare le
modalità con le quali la proteggiamo. Per esempio, negli Stati
Uniti le norme previste per le donazioni agli enti di beneficienza
hanno reso più difficile per i musulmani ottemperare ai loro
obblighi religiosi. Per questo motivo mi sono impegnato a lavorare
con i musulmani americani per far sì che possano obbedire al loro
precetto dello zakat.
Analogamente, è importante che i Paesi occidentali evitino di
impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione come loro
ritengono più opportuno, per esempio legiferando quali indumenti
debba o non debba indossare una donna musulmana. Noi non possiamo
camuffare l'ostilità nei confronti di una religione qualsiasi con
la pretesa del liberalismo. È vero il contrario: la fede dovrebbe
avvicinarci. Ecco perché stiamo mettendo a punto dei progetti di
servizio in America che vedano coinvolti insieme cristiani,
musulmani ed ebrei. Ecco perché accogliamo positivamente gli sforzi
come il dialogo interreligioso del re Abdullah dell'Arabia Saudita
e la leadership turca nell'Alliance of Civilizations. In tutto il
mondo, possiamo trasformare il dialogo in un servizio
interreligioso, così che i ponti tra i popoli portino all'azione e
a interventi concreti, come combattere la malaria in Africa o
portare aiuto e conforto dopo un disastro naturale.
Il sesto problema di cui vorrei che ci occupassimo insieme sono i
diritti delle donne. So che si discute molto di questo e respingo
l'opinione di chi in Occidente crede che se una donna sceglie di
coprirsi la testa e i capelli è in qualche modo "meno uguale". So
però che negare l'istruzione alle donne equivale sicuramente a
privare le donne di uguaglianza. E non è certo una coincidenza che
i Paesi nei quali le donne possono studiare e sono istruite hanno
maggiori probabilità di essere prosperi.
Vorrei essere chiaro su questo punto: la questione dell'eguaglianza
delle donne non riguarda in alcun modo l'Islam. In Turchia, in
Pakistan, in Bangladesh e in Indonesia, abbiamo visto Paesi a
maggioranza musulmana eleggere al governo una donna. Nel frattempo
la battaglia per la parità dei diritti per le donne continua in
molti aspetti della vita americana e anche in altri Paesi di tutto
il mondo.
Le nostre figlie possono dare un contributo alle nostre società
pari a quello dei nostri figli, e la nostra comune prosperità
trarrà vantaggio e beneficio consentendo a tutti gli esseri umani -
uomini e donne - di realizzare a pieno il loro potenziale umano.
Non credo che una donna debba prendere le medesime decisioni di un
uomo, per essere considerata uguale a lui, e rispetto le donne che
scelgono di vivere le loro vite assolvendo ai loro ruoli
tradizionali. Ma questa dovrebbe essere in ogni caso una loro
scelta. Ecco perché gli Stati Uniti saranno partner di qualsiasi
Paese a maggioranza musulmana che voglia sostenere il diritto delle
bambine ad accedere all'istruzione, e voglia aiutare le giovani
donne a cercare un'occupazione tramite il microcredito che aiuta
tutti a concretizzare i propri sogni.
Infine, vorrei parlare con voi di sviluppo economico e di
opportunità. So che agli occhi di molti il volto della
globalizzazione è contraddittorio. Internet e la televisione
possono portare conoscenza e informazione, ma anche forme offensive
di sessualità e di violenza fine a se stessa. I commerci possono
portare ricchezza e opportunità, ma anche grossi problemi e
cambiamenti per le comunità località. In tutte le nazioni -
compresa la mia - questo cambiamento implica paura. Paura che a
causa della modernità noi si possa perdere il controllo sulle
nostre scelte economiche, le nostre politiche, e cosa ancora più
importante, le nostre identità, ovvero le cose che ci sono più care
per ciò che concerne le nostre comunità, le nostre famiglie, le
nostre tradizioni e la nostra religione.
So anche, però, che il progresso umano non si può fermare. Non ci
deve essere contraddizione tra sviluppo e tradizione. In Paesi come
Giappone e Corea del Sud l'economia cresce mentre le tradizioni
culturali sono invariate. Lo stesso vale per lo straordinario
progresso di Paesi a maggioranza musulmana come Kuala Lumpur e
Dubai. Nei tempi antichi come ai nostri giorni, le comunità
musulmane sono sempre state all'avanguardia nell'innovazione e
nell'istruzione.
Quanto ho detto è importante perché nessuna strategia di sviluppo
può basarsi soltanto su ciò che nasce dalla terra, né può essere
sostenibile se molti giovani sono disoccupati. Molti Stati del
Golfo Persico hanno conosciuto un'enorme ricchezza dovuta al
petrolio, e alcuni stanno iniziando a programmare seriamente uno
sviluppo a più ampio raggio. Ma dobbiamo tutti riconoscere che
l'istruzione e l'innovazione saranno la valuta del XXI secolo, e in
troppe comunità musulmane continuano a esserci investimenti
insufficienti in questi settori. Sto dando grande rilievo a
investimenti di questo tipo nel mio Paese. Mentre l'America in
passato si è concentrata sul petrolio e sul gas di questa regione
del mondo, adesso intende perseguire qualcosa di completamente
diverso.
Dal punto di vista dell'istruzione, allargheremo i nostri programmi
di scambi culturali, aumenteremo le borse di studio, come quella
che consentì a mio padre di andare a studiare in America,
incoraggiando un numero maggiore di americani a studiare nelle
comunità musulmane. Procureremo agli studenti musulmani più
promettenti programmi di internship in America; investiremo
sull'insegnamento a distanza per insegnanti e studenti di tutto il
mondo; creeremo un nuovo network online, così che un adolescente in
Kansas possa scambiare istantaneamente informazioni con un
adolescente al Cairo.
Per quanto concerne lo sviluppo economico, creeremo un nuovo corpo
di volontari aziendali che lavori con le controparti in Paesi a
maggioranza musulmana. Organizzerò quest'anno un summit
sull'imprenditoria per identificare in che modo stringere più
stretti rapporti di collaborazione con i leader aziendali, le
fondazioni, le grandi società, gli imprenditori degli Stati Uniti e
delle comunità musulmane sparse nel mondo. Dal punto di vista della
scienza e della tecnologia, lanceremo un nuovo fondo per sostenere
lo sviluppo tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana, e per
aiutare a tradurre in realtà di mercato le idee, così da creare
nuovi posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza scientifica in
Africa, in Medio Oriente e nel Sudest asiatico; nomineremo nuovi
inviati per la scienza per collaborare a programmi che sviluppino
nuove fonti di energia, per creare posti di lavoro "verdi",
monitorare i successi, l'acqua pulita e coltivare nuove specie.
Oggi annuncio anche un nuovo sforzo globale con l'Organizzazione
della Conferenza Islamica mirante a sradicare la poliomielite.
Espanderemo inoltre le forme di collaborazione con le comunità
musulmane per favorire e promuovere la salute infantile e delle
puerpere.
Tutte queste cose devono essere fatte insieme. Gli americani sono
pronti a unirsi ai governi e ai cittadini di tutto il mondo, le
organizzazioni comunitarie, gli esponenti religiosi, le aziende
delle comunità musulmane di tutto il mondo per permettere ai nostri
popoli di vivere una vita migliore.
I problemi che vi ho illustrato non sono facilmente risolvibili, ma
abbiamo tutti la responsabilità di unirci per il bene e il futuro
del mondo che vogliamo, un mondo nel quale gli estremisti non
possano più minacciare i nostri popoli e nel quale i soldati
americani possano tornare alle loro case; un mondo nel quale gli
israeliani e i palestinesi siano sicuri nei loro rispettivi Stati e
l'energia nucleare sia utilizzata soltanto a fini pacifici; un
mondo nel quale i governi siano al servizio dei loro cittadini e i
diritti di tutti i figli di Dio siano rispettati. Questi sono
interessi reciproci e condivisi. Questo è il mondo che vogliamo. Ma
potremo arrivarci soltanto insieme.
So che molte persone - musulmane e non musulmane - mettono in
dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio. Alcuni
sono impazienti di alimentare la fiamma delle divisioni, e di
intralciare in ogni modo il progresso. Alcuni lasciano intendere
che il gioco non valga la candela, che siamo predestinati a non
andare d'accordo, e che le civiltà siano avviate a scontrarsi.
Molti altri sono semplicemente scettici e dubitano fortemente che
un cambiamento possa esserci. E poi ci sono la paura e la
diffidenza. Se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, non
faremo mai passi avanti. E vorrei dirlo con particolare chiarezza
ai giovani di ogni fede e di ogni Paese: "Voi, più di chiunque
altro, avete la possibilità di cambiare questo mondo".
Tutti noi condividiamo questo pianeta per un brevissimo istante nel
tempo. La domanda che dobbiamo porci è se intendiamo trascorrere
questo brevissimo momento a concentrarci su ciò che ci divide o se
vogliamo impegnarci insieme per uno sforzo - un lungo e impegnativo
sforzo - per trovare un comune terreno di intesa, per puntare tutti
insieme sul futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per
rispettare la dignità di tutti gli esseri umani.
È più facile dare inizio a una guerra che porle fine. È più facile
accusare gli altri invece che guardarsi dentro. È più facile tener
conto delle differenze di ciascuno di noi che delle cose che
abbiamo in comune. Ma nostro dovere è scegliere il cammino giusto,
non quello più facile. C'è un unico vero comandamento al fondo di
ogni religione: fare agli altri quello che si vorrebbe che gli
altri facessero a noi. Questa verità trascende nazioni e popoli, è
un principio, un valore non certo nuovo. Non è nero, non è bianco,
non è marrone. Non è cristiano, musulmano, ebreo. É un principio
che si è andato affermando nella culla della civiltà, e che tuttora
pulsa nel cuore di miliardi di persone. È la fiducia nel prossimo,
è la fiducia negli altri, ed è ciò che mi ha condotto qui oggi. Noi
abbiamo la possibilità di creare il mondo che vogliamo, ma soltanto
se avremo il coraggio di dare il via a un nuovo inizio, tenendo in
mente ciò che è stato scritto. Il Sacro Corano dice: "Oh umanità!
Sei stata creata maschio e femmina. E ti abbiamo fatta in nazioni e
tribù, così che voi poteste conoscervi meglio gli uni gli altri".
Nel Talmud si legge: "La Torah nel suo insieme ha per scopo la
promozione della pace". E la Sacra Bibbia dice: "Beati siano coloro
che portano la pace, perché saranno chiamati figli di Dio".
Sì, i popoli della Terra possono convivere in pace. Noi sappiamo
che questo è il volere di Dio. E questo è il nostro dovere su
questa Terra. Grazie, e che la pace di Dio sia con voi.
(Traduzione di Anna Bissanti)
(4 giugno 2009)
Fonte:
www.repubblica.it
Obama e l'agricoltura locale
Agricoltura
biologica ed economia locale
Obama,
rivoluzione a tavola
un orticello alla Casa Bianca
Il presidente Usa "rinnova" la Food and Drug Administration e dà un
segnale in famiglia: verdura e frutta fresca, rigorosamente
"local". Michelle loda gli orti di quartiere: "Il cibo ha un sapore
migliore".
Pubblichiamo una
buona notizia dagli Stati Uniti.
Là dove c'era l'erba ora non c'è, come cantava Celentano, una
città, ma ortaggi sani e leggeri per un'alimentazione corretta. Nel
giardino della Casa Bianca, dove Jacqueline Kennedy si aggirava
lieve a respirare il profumo delle rose piantate come omaggio
floreale aper la suocera, Rose Fitzgerald, Michelle e Barack Obama
- racconta il New York Times - stanno allestendo un orticello.
Broccoli e zucchine per dire no al colesterolo, invito a un desco
più sano, rispettoso dei trigliceridi, ma anche segnale di
un'altrettanto sana autarchia commerciale. Un "orto di guerra" che
segna una ferma e agreste rottura con il passato più recente,
troppo connotato da junk food.
Una fissazione, quella del neopresidente, che si concretizza
nella
rinnovata attenzione al miglioramento della sicurezza alimentare
negli Stati Uniti. A tal
proposito, Obama ha nominato il nuovo responsabile della Food and
Drug Organization (Margaret Hamburg, un destino nel cognome) e ha
assicurato il suo impegno ad aggiornare leggi datate. "Quando,
all'inizio dell'anno, ho sentito di prodotti alle arachidi
contaminati - ha detto Obama pochi giorni fa - ho pensato
immediatamente a mia figlia Sasha, di 7 anni, che almeno tre volte
alla settimana mangia panini al burro d'arachidi. Nessun genitore
dovrebbe preoccuparsi che il proprio figlio possa stare male a
causa del pranzo".
Intanto,
la first lady Michelle ha importato nella sua nuova dimora la
tendenza del mangiare local, ovvero il consumo di cibi prodotti o
allevati a distanza sostenibile da casa. Frutta e
verdura fresche vengono consegnate alla Casa Bianca da fattorie del
vicino Maryland, del New Jersey, della Pennsylvania. Con il paese
che combatte una epidemia di obesità e una passione incontrollabile
per cibi grassi, bibite iperzuccherate e piatti troppo salati,
l'obiettivo di Michelle è cristallino: alimenti freschi e nutrienti
non sono un appannaggio esclusivo delle elite, ma componenti
essenziali della dieta di ogni famiglia.
L'approccio dietetico di Michelle ha mandato in fibrillazione siti
web come La Vida Locavore o Gristmill che si fanno paladini
di
un'agricoltura sostenibile e del consumo di alimenti che non devono
essere spediti dall'altra parte del mondo (dalla
California, dalla Florida o dal Centro e Sud America nel caso degli
Stati Uniti)
sprecando ettolitri di combustibili fossili prima di arrivare in
tavola.
E' stato per questo che in una delle sue ultime apparizioni in
pubblico, parlando ai dipendenti del Dipartimento dell'Agricoltura,
la first lady ha lodato il lavoro dei "community garden",
gli
orti comunitari di quartiere che interrompono
la monotonia del cemento e "forniscono frutta e verdura a tante
comunità del nostro paese e nel mondo.
Quando il cibo viene cresciuto localmente, ha un sapore migliore e
questo è importante quando hai bambini: dai loro una carota
veramente dolce, e penseranno che sia una
caramella". E salute e
linea sono salve.
Fonte: www.repubblica.it
Barack Obama
Barack Obama i primi 10 giorni
Che cosa
significano i primi giorni di governo Obama per l’impero USA?
La sua continuazione, per il momento, con carisma e fascino.

Johan
Galtung
Pochi politici
hanno suscitato
tante aspettative quanto il 44°
presidente USA, Barack Obama. Un gran numero di persone ama gli USA
ed è contento di amarli, distinguendo fra gli USA e la loro
politica estera. L’amore rende ciechi, secondo il proverbio, ed è
effettivamente servita molta cecità per amare gli USA sotto il loro
43° presidente; possa il suo nome andare sepolto ai margini della
storia.
Obama ha tenuto coperte le sue carte durante la campagna
elettorale, mostrandone solo due: Cambiamo! e Sì, possiamo!
Comprensibile:
era lì per vincere, col suo carisma, il suo fascino e la sua
intelligenza.
Ogni carta rivelata avrebbe potuto allontanare elettori.
Ma,
avendo vinto il 4 novembre, poteva mostrare le sue carte, quelle
politiche e i prescelti per portarle avanti.
Vecchi re stanchi e una regina o due, carte logore, alcune
corrotte, nessun jolly fra di esse, bensì artefici di politiche che
adesso si suppone dovrebbero cambiare.
Cambiare?
Non ha mai detto come, così i più
hanno interpretato il cambiamento come “progressivo” dopo 8 anni
all’indietro. Forse è stato frainteso, volendo essere superattivo e
multivalente piuttosto che docile e monovalente come il suo
predecessore? Con l’Iraq, solo la Guerra al Terrorismo, affrontando
il Medio Oriente molto sotto tono e solo alla fine?
Obama non è progressista ma pragmatico, cioè atto a fare quel che
si può fare data l’alchimia politica USA. Ma è anche davvero
superattivo e multivalente, ed è difficile battere il numero di
carte giocate durante i 10 giorni fra l’inaugurazione il 20 gennaio
e la data di redazione di queste note, 30 gennaio. La saggezza di
giocarne tante così subito è un altro discorso; magari passerà il
resto dei suoi quattro o otto anni a spostarle.
Diamo uno sguardo. Alcune carte di portata nazionale hanno l’alone
dell’ovvio, come le regole per il lobbismo, i periodi di immunità
per politici pensionati, e la trasparenza generale. Ma c’è
altro.
Moises Naim, redattore-capo di Foreign Policy, commenta i primi
giorni in
“Bushifying Obama [il bushizzarsi di Obama]” (El País, 26
gennaio 2009):
[1]
le forze armate USA hanno bombardato un gruppo di presunti
combattenti taliban nel nordest del Pakistan, uccidendo o ferendo
14 persone; la protesta pakistana lamentava il mancato cambiamento
d’atteggiamento.
[2] Timothy Geithner, il nuovo Segretario al Tesoro, accusò la Cina
di cercare di destabilizzare il dollaro sui mercati valutari
mondiali.
[3] La guerra in Afghanistan da intensificare, altre 70,000
truppe.
[4] Non si permetterà all’Iran di sviluppare armi nucleari.
[5] Sostiene il diritto di Israele di difendersi contro Hamas; con
la differenza che adesso ci sono più ebrei al governo.
Nessun cambiamento; effettivamente, le politiche su
Pakistan-Gaza-Afghanistan possono essere tutte in linea con il suo
predecessore; solo più attive e più simultanee.
Che cosa avrebbe potuto fare?
[1]
Parlare col Pakistan prima di bombardare. A che proposito, dopo
tutto?
[2] Parlare con i cinesi, chiedendo come hanno fatto a portare 400
milioni di persone dalla povertà a un ceto medio inferiore in,
diciamo, 14 anni, un primato mondiale. E come inoltre programmino
un sistema sanitario universale che li renderebbe smaglianti.
[3] Se l’Iraq era un pantano, provi quest’altro. Potrebbe essere
all’opera Zbigniew Brzezinski, dietro quel vecchio arnese di guerra
di Holbrooke di infausta fama jugoslava, alle prese con il Grande
Gioco, che vuole l’Afghanistan per dominare il mondo a partire
dall’Asia centrale? Geo-politica alla MacKinder, del 1904? Troppo
tardi, troppo irrilevante. Obama sta cercando una tomba? Sta
credendo ingenuamente ai suoi generali? L’Afghanistan
aspetta.
[4]
Parlare con l’Iran prima di minacciare. Riconoscere quanto è
avvenuto nel 1953.
[5] Mitchell non è stato così importante in Irlanda, lo furono
piuttosto Adams e i suoi (ma niente premio Nobel, erano dalla parte
sbagliata). Il cambiamento per Mitchell sarebbe stato parlare
direttamente con Hamas.
Vecchie politiche stanche. Oh USA, perché non impari mai?
Risposta: perché la struttura profonda e la cultura profonda di uno
stato imperiale ha penetrato da lungo tempo anche la mente di
Obama, alla scuola d’èlite di Punahou a Honolulu? Forse più di
quanto non sappia?
“Il discorso cui sono mancate le ali” è stato il commento di The
Times di Londra il giorno dopo. C’è stato un bel po’ di odio prima,
durante e dopo. E la storia e i predecessori, le attese lodi a
Gettysburg, e all’invasione della Normandia, d’accordo. Ma
sistemare l’Occidente, per noi? E Khe Sanh, l’enorme base dei
marine in Vietnam per attaccare con ogni mezzo la “pista Ho Chi
Minh”?
Che cosa significa questo per l’impero USA? La sua continuazione,
per il momento con carisma e fascino. Ma questi possono ridursi a
poco.
Non
c’è stato nulla su un commercio più equo. Niente mano forte
sull’economia finanziaria, e in quanto alla sanità più accento sui
costi che sui diritti umani. Nulla sulla riduzione del
dispiegamento militare. C’era qualcosa
sulla risoluzione dei conflitti alla Mitchell, ma con Rahm Emanuel
come capo-gabinetto alla Casa Bianca e il dissenziente Jimmy Carter
zittito, neppure invitato a porgere il benvenuto alla convention
democratica. Decisamente troppa preoccupazione per la guida, troppo
poca sui negoziati fra uguali. Né, immaginiamoci, un invito ai
paesi musulmani, che se la passano meglio di tutti gli altri con la
crisi economica, per scambiarsi esperienze. Né a Cuba, per imparare
la sua superiorità nei parametri sanitari come l’aspettativa di
vita (che invece sta calando per le donne negli USA) e la mortalità
infantile? Ma quella non è la voce dell’Impero.
Che cosa vuol dire questo per la Caduta dell’Impero USA entro il
2020? La previsione tiene. La liberazione dall’Impero viene dalla
Periferia, non dal Centro, come la storia mostra molto
chiaramente: “A coloro che
sono attaccati al potere con la corruzione e l’inganno e lo
strangolamento del dissenso: voi siete sul lato sbagliato della
storia; ma porgeremo la mano se aprirete il pugno”. Presidente
Obama, legga la scritta a mano sul muro, segua il suo consiglio,
dischiuda il pugno e sia sul lato giusto della Storia.
Johan Galtung
Fonte:
www.transcend.org
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno
Regis.
Dal Times una buona notizia sul disarmo
OBAMA VUOLE RIDUZIONE
80% ARSENALI ATOMICI
Barack Obama
ha intenzione di avviare discussioni con la Russia
per arrivare a un taglio dell'80% degli arsenali atomici dei due
Paesi.

Sergei Karpukhin/Reuters - Fonte:
www.timesonline.co.uk
Pubblichiamo una
buona notizia dal Times sul
disarmo internazionale.
(ASCA) - Roma, 4 feb - Il presidente statunitense Barack Obama ha
intenzione di avviare discussioni con la Russia per arrivare a
un
taglio dell'80% degli arsenali atomici dei due
Paesi. E' quanto
riporta il sito del Times, precisando che Washington e Mosca
scenderebbero ognuna a 1.000 testate.
Il
drastico taglio - spiega il
quotidiano britannico - fa parte della
profonda revisioneche
l'amministrazione Obama sta facendo dei piani di George W. Bush per
uno
scudo antimissili in Europa orientale, un progetto al quale Mosca
si e' sempre opposta con decisione. Il
nuovo inquilino della Casa Bianca creerà un
ufficio per la non-proliferazione alla Casa Bianca
che avrà il compito di supervisionare le discussioni e che dovrebbe
essere guidato da Gary Samore, un negoziatore per la
non-proliferazione nell'amministrazion e Clinton. I colloqui
saranno condotti dal Dipartimento di Stato di Hillary Clinton.
L'ex senatore dell'Illinois non ha ancora preso una
decisione finale sullo scudo, ma già la decisione di rinviare il
dispiegamento di missili americani in Polonia e la costruzione di
una stazione radar nella Repubblica Ceca elimina quello che è stato
un grosso ostacolo alla cooperazione della Russia sul disarmo.
Il leader statunitense vuole riaprire i colloqui per
arrivare a un nuovo accordo che sostituisca il trattato sul disarmo
nucleare Start del 1991, che scade a dicembre 2009. ''Noi
vogliamo riportare la Russia in un tradizionale processo di
riduzione delle armi, legalmente vincolante - spiega un funzionario
dell'amministrazion e Usa al Times - Siamo pronti a impegnarci in
un dialogo più ampio con i russi sulle questioni che li
preoccupano.
Nessuno sarebbe sorpreso se il numero delle testate si riducesse a
1.000 per il trattato post-Start'' .
Note:
Fonte:
President Obama seeks Russia deal to slash nuclear
weapons
http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/us_and_americas/article5654836.ece



