Ekkehart Krippendorff

“Lo Stato e la guerra” di Krippendorf

Udine - 27 marzo 2009
“Lo Stato e la guerra” di Krippendorf si presenta al Centro Balducci

UDINE. Il Centro di accoglienza e di promozione culturale Ernesto Balducci, di Zugliano, ospiterà alle 20.30 di venerdì 27 marzo la presentazione del libro Lo Stato e la guerra. L'insensatezza delle politiche di potere, di Ekkehart Krippendorff che ne parlerà (in italiano) con il collega Peter Kammerer. A presentare la serata, organizzata in collaborazione con l'Università di Udine, il Centro Irene, l'assessorato alla Cultura del Comune di Udine e il Centro Balducci, saranno don Pierluigi Di Piazza e il professor Francesco Pistolato.

Lo Stato e la Guerra


Krippendorff ha insegnato Scienze politiche alla FU di Berlino e in altre università in Germania, Austria, Italia, Giappone, Stati Uniti e Inghilterra ed è autore di moltissime pubblicazioni delle quali soltanto alcune sono arrivate in Italia. Kammerer è docente di Sociologia all’Università di Urbino.

Krippendorf
Ekkehart Krippendorff

Gianpaolo Carbonetto


A prima vista sembra impossibile che
Lo Stato e la guerra – L’insensatezza delle politiche di potenza, di Ekkehart Krippendorff, uno dei capisaldi del pacifismo internazionale, abbia dovuto attendere un quarto di secolo prima di essere tradotto in italiano. A prima vista, dicevo, perché, a pensarci bene, questa stranezza appare perfettamente in linea con alcuni altre realtà tra cui il fatto che di Teodoro Moneta, unico Premio Nobel per la Pace mai assegnato a un italiano, nel nostro Paese non parli mai quasi nessuno, che addirittura spesso ci si dimentichi di farlo comparire nel prestigioso e non lunghissimo elenco che spetta al nostro Paese. Oppure al fatto che ancora pochi anni fa l’attuale Presidente del consiglio ha usato lo stupido «Si vis pacem, para bellum», scritto da Renato Flavio Vegezio duemila anni fa nell’Epitome rei militaris quando già nel 1909 Filippo Turati aveva argomentato con dovizia di argomentazioni che l’unica frase di senso dovrebbe essere «Si vis pacem para pacem». O, ancora, che la parola “pace” viene rispolverata soltanto quando è usata per dissimulare una realtà fatta di armi pronte a sparare, come nelle cosiddette “missioni di pace” volute da un inquilino della Casa Bianca che pensava che anche le questioni più delicate possano essere risolte soltanto muscolarmente.

Sembra impossibile, ma sta di fatto che
Lo Stato e la guerra (Gandhi Edizioni, 390 pagine, 30 euro) soltanto in questi giorni può cominciare a essere letto in italiano grazie alla traduzione di Francesco Pistolato, docente universitario a Udine e anima di Irene, il Centro universitario interdipartimentale di ricerca sulla pace. Comunque, sia pur concepito quando era ancora vivo il pericolo che la guerra fredda si tramutasse in guerra termonucleare, il libro non ha perduto nulla della sua freschezza e scientificità. Perché Krippendorff è capace di far coesistere questi due termini e fortunatamente noi, in Italia, avevamo potuto già rendercene conto nell’illuminante L’arte di non essere governati. Politica ed etica da Socrate a Mozart e in Shakespeare politico. Drammi storici, drammi romani, tragedie che, proprio per la loro maggiore capacità di coinvolgere il lettore si sono separati dal più lontano saggio didattico Politica internazionale. Storia e teoria.

Il perché sia stato necessario attendere un quarto di secolo per poter leggere questo libro è abbastanza facilmente intuibile: troppo dissacratorio, troppo corrosivo nei confronti di molti di quelli che sono considerati i capisaldi – anche democratici – della nostra società, quelli che reggono lo Stato, appunto, uno Stato che sembra inevitabilmente portato a corrompere se stesso, quasi che la regola del potere assoluto che corrompe in maniera assoluta non fosse applicabile soltanto agli individui, ma anche alle organizzazioni da essi composte.

Per noi italiani, a causa dello strabismo temporale indotto dalla pubblicazione non cronologica delle sue opere, il pensiero di Krippendorff sulla guerra era già chiaro dalle precedenti letture, come quando ne
L’arte di non essere governati, si occupa di Tucidide e del suo ruolo nella guerra del Peloponneso dicendo: «Non si tratta di valori, bensì di interessi; non di ideali, ma di puro e semplice dominio; non di ragione contro torto, bensì del diritto del più forte». Proprio come Raymond Aron che, sempre riferendosi a Tucidide, scrive: «Nella guerra del Peloponneso una democrazia affronta un’oligarchia, una città ambiziosa, aperta alle idee e all’esterno, instabile, combatte contro una città tradizionale, solida, virtuosa», ma sottolineando subito dopo che in gioco non furono l’onore, il rispetto degli accordi, o la contrapposizione tra democrazia e militarismo, bensì pretese di dominio e potere in contrapposizione tra loro.

È questo il nocciolo della questione: non è mai la ricerca del bene comune, non è mai il sogno di “esportare democrazia” a portare al combattimento: è sempre la brama di aumentare il proprio potere sia in senso diretto, sia per interposta istituzione. E in questa visuale perde addirittura importanza quella “tentazione del bene” così ben intuita e descritta con splendida sintesi filosofica e semantica da Tzvetan Todorov che è la certezza di possedere il concetto di bene, di vederlo incarnato in noi e di volerlo imporre con la forza agli altri, anche a costo di seminare violenza e morte.

Krippendorff struttura la sua opera con estremo rigore scientifico, anche se – o forse proprio perché – egli, come scrive nella prefazione alla sua prima edizione tedesca, effettua «in primo luogo un lavoro di comprensione di se stessi». E per fare ciò utilizza un sistema collaudato, oltre che necessario: non si limita a osservare la storia, ma la scandaglia profondamente, va a cercare gli aspetti e le parole meno conosciute di personaggi di enorme risonanza e di altri meno famosi, riporta testi significativi di altri che su questo tema hanno ragionato. E su questi testi ragiona anche lui, facendo tesoro delle posizioni già raggiunte e da lì proiettandosi verso nuove conquiste del pensiero che non appaiono come trine disegnate su uno sfondo di impalpabili teorie, ma come solidi castelli costruiti su robuste fondamenta. Poi, ovviamente, una parte degli uomini non sarà d’accordo con lui, ma dovranno esplicitare la loro opposizione partendo da posizioni di principio e non tentando di allargare crepe nei ragionamenti che ancora una volta sono di grande logicità.

Entrare in profondità nelle argomentazioni di Krippendorff sarebbe impossibile e presupponente nello spazio di una recensione, ma una cosa è necessario dirla: alla fine del libro, l’amara considerazione che ci resta dentro è una specie di fastidioso retrogusto, una sensazione che davvero la guerra non sia nata per difendere lo Stato, ma che lo Stato sia nato per rendere più efficace la guerra e, quindi, per aumentare il potere di chi già lo detiene. Non a caso Ekkehart decide di concludere il suo libro con una lunga citazione di Leon Tolstoj – proprio quello di
Guerra e pace – che conclude il suo ragionamento scrivendo che «la mancanza della forza bruta dei governi, il cui scopo è solo quello di rimanere in piedi, non potrà che dare un contributo alla costruzione dell’organizzazione sociale più giusta e basata sulla ragione, che non necessita del mezzo della violenza». Un inno all’anarchia? Forse. Una provocazione per ragionare su come il potere è mutato – e non sempre in meglio – con il passare dei secoli? Più probabile.

Comunque, ancora una volta Krippendorff è da leggere e da assaporare. E poi bisogna ragionare su quello che ci dà e che è sempre di qualità etica e intellettuale altissima.


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